Il ritorno alla normalità dopo una pandemia

Il ritorno alla normalità dopo una pandemia

Quando fu compresa la gravità del virus dell'influenza Spagnola del 1916 ci fu un decalogo ben chiaro:

"1) curare la più scrupolosa nettezza della persona e dei luoghi di abitazione, sia familiari sia collettivi […]; 2) mantenere inalterate, per quanto è possibile, le condizioni di vita ordinarie […]; 3) evitare tutti i contatti con persone, non necessari […]. Così facendo, si mette in pratica l’unico mezzo veramente efficace contro l’influenza, ossia l’isolamento […]; 4) evitare qualsiasi eccesso nel mangiare e nel bere […]; 5) appena si avvertono i primi segni della malattia, mettersi subito a letto, e aspettare il medico […];  6) durante la malattia si adottino tutte le norme comuni alle altre forme contagiose […]. Finita la malattia, si lascerà ventilare ampiamente la camera, tenendo le finestre aperte, e sciorinando bene all’aria, entro la camera stessa, tutti gli effetti letterecci per tre o quattro giorni. Così facendo, il virus dell’influenza resta distrutto anche senza ricorrere alle disinfezioni. L’Ufficio d’Igiene e Sanità di via Palermo 6 sempre a disposizione del pubblico per consigli e per soccorsi d’urgenza.”

La consapevolezza che il contatto era il maggior rischio aveva portato la giusta decisione di invitare le persone a rimanere a casa e in caso di sintomi di non andare in ospedale ma mandare qualcuno a chiamare il dottore per farlo venire a casa.

Il tutto però fu gravemente sottovalutato localmente e centralmente dalla politica.

Il sindaco di Milano rese pubblica questa ordinanza: “La malattia che domina attualmente Milano, come tutto il resto d’Italia e d’Europa, è certamente influenza […]." (ma diede seguito al decalogo indicato).

Il governo il 24 ottobre con il ministro degli interni Orlando cerca di smorzare l’allarmismo sottovalutando pericolosamente questa pandemia, disse :” si tratta interpretazioni arbitrarie, assurde, frutto di incompetenza e di fantastica sovreccitazione. Le osservazioni cliniche come le indagini di laboratorio escludono in modo assolutamente indubbio l’origine esotica della malattia e attribuiscono in modo altrettanto indubbio a quella forma morbosa che è conosciuta come influenza la manifestazione pandemica del periodo attuale.”, facendo quindi pensare che sia una normale sindrome influenzale.

I morti aumentavano e le persone volevano avere buone notizie e credevano a tutto, si ebbe origine a progetti diversi alcuni fantasiosi: dall’olio di ricino al rhum (esaurito in un giorno a Parigi), dall’aglio masticato crudo all’acqua d’angiolo (l’orina del bambino più piccolo della famiglia), o dell’acqua della paura un decotto di erba lavandaia rigorosamente raccolta per San Giovanni e seccata.

Molti rimedi "miracolosi" venivano indicati come certi poiché in altre Nazioni stavano funzionando (anche se, a causa dei pochi mezzi di informazione, non si avevano informazioni o evidenze dei dati internazionali o dati scientifici).

Il giovane direttore del giornale “Il Popolo d’Italia” Benito Mussolini, scriveva: “Che s’impedisca a ogni italiano la sudicia abitudine di stringere la mano, e la pandemia scomparirà nel corso di una notte”.

Il 17 ottobre 1918, si denuncia l’aspetto politico dell’influenza: “Il senso di allarme che ha invaso la cittadinanza è affatto giustificato e contro di esso bisogna reagire energicamente … C’è una forma di disfattismo… C’è un’altra tendenza che non va incoraggiata che si compiace di seminare notizie fantastiche, che esagera e generalizza casi particolari… alimentando il terrore… Contro questo disfattismo bisogna pure reagire senza pietà”.

Non mancano gli allarmismi spesso innescati per effimeri dispute politiche, ad esempio a Milano il 23 ottobre 1918 il municipio è costretto a smentire la voce che “salme che sarebbero state trasportate ai cimiteri senza cassa”.

La prefettura invece comunica che “prima ancora che il ministero impartisse istruzioni ai prefetti dando loro la facoltà di chiudere temporaneamente le scuole, la prefettura su conforme parere del medico provinciale ne aveva ordinato la chiusura”.

Il ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando si trova costretto a vietare il suono delle campane per i funerali, soprattutto dove il morbo fa più vittime, come a Torino – una situazione «gravissima» nelle parole di Turati – dove nel mese di ottobre si registrano anche 400 morti al giorno.

Il popolo fu ripetutamente informato dell'importanza della distanza sociale per debellare la malattia e l'importanza dell'attività fisica per rinforzare il sistema immunitario.

Quello stesso giorno viene pubblicato il decalogo dettagliato dove vengono indicati una serie di comportamenti quali: “… fare gargarismi con acque disinfettanti (dentifrici a base di acido fenico, acqua ossigenata), non sputare per terra, viaggiare in ferrovia il meno possibile, diffidare dei rimedi cosiddetti preventivi, evitare contatti con persone, non frequentare luoghi dove il pubblico si affolla (osterie, caffè, teatri, chiese, sale di conferenze). Così facendo si mette in pratica l’unico mezzo veramente efficace contro l’influenza e cioè l’isolamento… evitare qualsiasi eccesso nel mangiare e nel bere. Gli alcolici non servono a prevenire l’influenza… durante la malattia… il malato non dev’essere avvicinato che dal medico e da chi lo assiste, escluse assolutamente le visite anche quando si tratta di forme lievi… in attesa del medico si può tuttalpiù nettare l’intestino con un purgante…”, decalogo che verrà ripubblicato e rilanciato più volte.”.

L’inizio della scuola viene posticipato a data imprecisata; viene ridotto l’orario di apertura dei negozi, con le sole farmacie a beneficiare di un allungamento dei turni; cinema e teatri restano chiusi nonostante le proteste dei proprietari che chiedono di essere risarciti.

Per molti italiani nel 1918 lo Stato è ancora una realtà astratta, distante, che si presenta soltanto per le tasse e la leva militare: c’è una certa diffidenza, o comunque distanza, verso le istituzioni. 

«Questi sentimenti – spiega Mattera – si trasformano in ostilità quando ci si rende conto che le contromisure dello Stato non hanno effetto. Lo si nota in alcune lettere inviate dai cittadini alle istituzioni, che nel corso dell’epidemia passano da un tono di supplica a uno di avversione, a volte sfociando perfino in teorie del complotto: si diceva che il malfunzionamento delle istituzioni fosse frutto di chissà quali oscuri interessi di Roma. Alimentando ulteriori paranoie e anche la diffusione di false notizie in piena escalation di influenza».

A novembre l’epidemia sembra aver allentato le maglie. Il 9 novembre la Giunta sanitaria di Milano rileva “rilevato il quasi completo ripristino dello stato normale della salute pubblica, ferme quelle disposizioni la cui efficacia è stata dimostrata chiede la revoca di tutti i provvedimenti eccezzionali”.

Ma l’ottimismo non era giustificato e si avrà un nuovo diffondersi del virus e così il 29 dicembre vengono di nuovo chiusi i cinematografi. Decisione attenuata di lì a poco quando la giunta delibera nuovamente che: ai cinematografi è consentita una sola rappresentazione, nei teatri è proibita la mattinata festiva, sono vietate le visite ai malati e prolungato l’orario delle farmacie. Chiusure e aperture dei locali pubblici generano proteste, la associazione dei cinematografari nega che: “i cinematografi puliti, comodi, aerati, arieggiabili, atti alla disinfestazione più di ogni altro locale pubblico… siano ambienti di propagazione epidemica. Il paragone con i teatri non regge”.

Per i tram il vicesindaco Verratti informa che sarà vietato l’affollamento e sopratutto lo stare in piedi nelle vetture (ma il redattore del Corriere scettico mette tra parentesi che è un provvedimento del tutto inefficace se non aumenteranno le corse), analoghi provvedimenti saranno presi per le Ferrovie nord.

Di grande aiuto furono nel mondo le mascherine ma in Italia le persone si vergognavano a portarle: il 10 gennaio il direttore dell’Istituto sieroterapico scrive “noi italiani nell’adottare questa misura del fazzoletto o della maschera, che è secondo me molto efficace a difenderci dalcontagio ci sentiremmo ridicoli, in America dove l’hanno adottata non hanno di queste fisime… “.

In Italia giorno con più morti fu tra il 10 e il 25 ottobre. Il 18 febbraio per la prima volta non fu denunciato nessun caso di influenza.

Il 29 aprile un convegno di medici di fatto dichiarò conclusa l’emergenza, l'abitudine che si stava radicando di tenersi a distanza fu velocemente dimenticata. I giovani furono il motore della normalità con la loro istitutiva tendenza dell'uomo ai rapporti sociali.

In Italia, la pandemia contagiò circa 4 milioni e mezzo di persone, circa il 12% dell’intera popolazione. I morti stimati furono tra i 375.000 e i 650.000 e il morbo colpì principalmente al sud.

Le stime a livello mondo parlano dai 50 ai 100 milioni di morti. Ma i numeri sono molto variabili, quello che è certo è che “fu la più grande ondata di morti dai tempi della peste nera” (Laura Spinney).

 

Articolo di: Antonio Schivardi



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