L'assassinio di Maceo Carloni

L

Maceo Carloni era un sindacalista fascista, attivo nei consigli di fabbrica della società Terni negli anni ‘30 e '40. Subito dopo la caduta del fascismo, Carloni divenne uno degli obbiettivi da eliminare da parte dei partigiani. Fu assassinato, senza un movente, nel maggio del 1944 a pochi metri dalla casa in cui era sfollato.

Un aspetto centrale è quello legato alle azioni compiute in Valnerina dalla  brigata partigiana "Gramsci" che, nella primavera del 1944, si rese protagonista di efferati e brutali episodi di violenza anche ai danni di persone completamente innocenti.

Carloni si era battuto sempre per la difesa degli interessi dei lavoratori all'interno dei comitati di fabbrica della acciaieria,  scrisse proprio a tutela di questi articoli sui giornali  "Acciaio" e il "Lavoro Metallurgico", il suo ruolo all'interno della Terni venne riconosciuto anche dal famoso sindacalista Tullio Cianetti.

La sua «colpa» era quella di difendere «da destra» la classe operaia delle acciaierie del Ternano.

"Mio nonno, Maceo Carloni - ricorda il nipote - fu prelevato la notte tra il 4 e il 5 maggio 1944 presso il casale della Valnerina dove, con mia nonna e tre dei quattro figli, tra cui mio padre, si era rifugiato per sfuggire ai bombardamenti angloamericani che colpivano con frequenza Terni. Nella scelta della casa, sita in località disabitata ed isolata, non ebbe dubbi, ritenendo che i suoi trascorsi fossero tali, per limpidità e per la dedizione alla classe operaia ternana, da poter escludere di avere nemici. Lo sequestrò per assassinarlo una squadra della Brigata partigiana Gramsci che era reduce da appena un'ora dal massacro all'arma bianca di un altro padre di famiglia, ucciso con il suo cane che aveva voluto seguirlo, fuori dal cascinale dove anche lui era rifugiato con moglie e figlio. Il cane, squartato, fu gettato sul corpo evirato e vilipeso dell'uomo”.

Nel dopoguerra i mandanti e gli autori del delitto, individuati dall'Arma dei Carabinieri, furono sottoposti a processo dinanzi al Tribunale di Terni. Quasi al termine dell'istruttoria, nella notte del 14.11.1949, ignoti si introdussero nella Cancelleria del Tribunale e distrussero con il fuoco l'incartamento processuale. Fu così necessario rinnovare l'escussione di oltre cento testimoni, soprattutto operai ma riuscirono ad evitare la condanna grazie all'amnistia di Togliatti.

Nella motivazione della sentenza il Giudice attestò che"il Carloni, pur essendo stato fascista, non aveva aderito alla P.R.F. e non si curava più di politica dedicandosi solo al proprio lavoro quale capo operaio delle Acciaierie di Terni e trattenendosi esclusivamente in famiglia senza avere rapporti di dimestichezza né con i tedeschi, né con i militi fascisti.

Definì, inoltre, la sua uccisione come"un episodio, sia pure barbaro e feroce, della lotta contro il fascismo e affermò che non era stata raggiunta la prova della pretesa attività spionistica e collaborazionistica della vittima," che "non era emerso alcun episodio che potesse far pensare a sue attività pericolose per i partigiani"e" che troppo leggermente ne era stata decisa la soppressione senza procedere agli accertamenti che erano pure possibili e che, se effettuati, avrebbero escluso la sua pericolosità."

Ciò malgrado, il Giudice Istruttore ritenne di concedere agli imputati il beneficio dell'amnistia, nel presupposto che essi, pur avendo ucciso un innocente, l'avessero fatto nel clima della guerra civile, non per motivi personali, ma nell'erroneo convincimento che la vittima, per le cariche sindacali ricoperte e per i conseguenti suoi contatti con le locali Autorità del Regime, fosse un nemico politico da eliminare.

Solo dopo molti anni, e per l'impegno dei figli, il nome di Carloni ha avuto il giusto riconoscimento. Dopo 3 processi vinti per diffamazione (il primo contro Filipponicondannato per diffamazione e Pietro Ingrao non perseguibile per immunità parlamentare) di dipingerlo come una spia tedesca o un fanatico fascista. Era altresì facile leggere gli incartamenti per capire che avevano ucciso una persona per bene, come gli fu subito riconosciuto dal prefetto di Terni Odoardo Bacherini (in carica fino al 1943 quando fu arrestato dai nazifascisti) che lo ha sempre descritto come un uomo mite e sempre in difesa dei lavoratori e distante dai vertici fascisti.

Gli imputati erano:  Filipponi Alfredo, Rossi Riziero, Procoli Aroldo, Bartolucci Egisto, Gigli Vasco, Filipponi Mario, Conti Riccardo, Fossatelli Armando, Zenoni Bruno, Cerroni Enzo, Floridi Marini Sante, Bartolini Dante, Migozzi Martino, Sabatini Mario, La Bella Emilio e Bonanni Innocenzo.

Per non dimenticare che la guerra crea solo divisione e dolore.

Articolo di: Pietro Frattini



Stiamo inviando il tuo commento.

Lascia un commento

Ultimi commenti

Raccomandate on line