Evacuazione di 28000 civili italiani a seguito della caduta dell’Africa Orientale Italiana nel 1942, le navi bianche

Evacuazione di 28000 civili italiani a seguito della caduta dell’Africa Orientale Italiana nel 1942, le navi bianche

Dopo la caduta dell’Africa Orientale Italiana e l’invio nei campi di prigionia di circa centomila italiani residenti nell’impero (militari e tutti i maschi superiori ai sedici anni) circa centocinquantamila civili italiani rimanevano nei territori dell’Africa Orientale e costituivano un problema per le autorità civili e militari britanniche.

L’Inghilterra infatti reputava urgente procedere all’evacuazione dei civili italiani da tutta l’Africa Orientale ex italiana, civili che in molte regioni erano stati internati dopo l’arrivo delle truppe britanniche.

Questo rimpatrio oltre che per ragioni umanitarie era necessario perché un prolungato internamento di tutti i civili italiani ancora presenti in quella parte d’Africa, avrebbe rappresentato un grave problema sia di logistica sia di sicurezza.

Per motivi militari era infatti urgente liberare le truppe e i rifornimenti che sarebbero state invece bloccate nella salvaguardia e nel mantenimento dei numerosi civili italiani ancora presenti non solo in Etiopia, ma in tutto il Corno d’Africa.

Inoltre vi era la necessità, per motivi politici, di evitare che le comunità italiane costituissero un titolo per mantenere una presenza italiana nell’area nel dopoguerra.

Così iniziava la lunga nota verbale che gli Stati Uniti inviarono al Governo di Roma il 4 maggio 1941, in qualità di curatori degli interessi britannici in Italia. Dopo varie titubanze (non si voleva aiutare il nemico a risolvere i suoi problemi di occupazione e vi era una scarsa fiducia nella riuscita di una missione che avrebbe messo in gioco alcuni delle migliori unità della flotta passeggeri) arrivò la decisione di dare corso al rimpatrio ed iniziarono trattative dirette per definire le modalità organizzative della missione.

Il principale accordo da raggiungere riguardava la rotta: gli inglesi imposero il lunghissimo periplo dell’Africa, non accettando l’attraversamento del Canale di Suez temendo che le navi potessero esservi affondare mentre lo attraversavano per bloccarlo.

u anche convenuto che le navi avrebbero viaggiato indipendentemente dagli avvenimenti bellici, munite di salvacondotto, dipinte di bianco con grandi croci rosse e illuminate di notte, per evitare di subire attacchi per errore. A Gibilterra avrebbero preso a bordo una scorta militare inglese, da sbarcare al ritorno nello stesso porto. Per il rifornimento in viaggio del carburante fu concordato di utilizzare le navi Arcola e Taigete, due cisterne nafta che, trovandosi fuori dal Mediterraneo all’atto della dichiarazione di guerra dell’Italia, si erano rifugiate nel porto neutrale di Santa Cruz di Tenerife, nelle Canarie.

Nei cantieri italiani furono preparate quattro grandi navi, normalmente impiegate per il trasporto passeggeri sulle rotte oceaniche: i piroscafi “Duilio” e “Giulio Cesare” del Lloyd Adriatico e le motonavi “Saturnia” e “Vulcania” della Società di Navigazione Italia, sulle quali furono effettuate le modifiche per renderle adatte ad alloggiare moltissimi bambini e persone duramente provate dalla prigionia.

La capienza fu aumentata, modificando gli spazi comuni e le cabine, fino a raggiungere 2500 posti per i passeggeri e per i marinai, le crocerossine, le suore, i medici, i tecnici vari e la scorta inglese. Furono creati un reparto ospedaliero con 150 posti letto, una sala parto, due sale operatorie, un laboratorio di batteriologia, un gabinetto dentistico, una farmacia, un reparto di isolamento per gli infettivi, un ufficio postale, due sportelli bancari, due bar, parrucchiere, calzolaio, biblioteca, cinema, ecc. Si provvide ad imbarcare giocattoli, indumenti e tutto quello che sarebbe stato utile per un viaggio tanto lungo. A causa della livrea bianca con le croci rosse, simile a quella delle navi ospedale, ricevettero ben preso la designazione di “navi bianche”.

A conclusione delle tre missioni, i civili rimpatriati dall’Africa Orientale furono circa 28.000. Fu una delle più complesse e riuscite operazioni di salvataggio ed evacuazione della storia che riuscì ad aprire con successo un corridoio umanitario per cui transitarono migliaia di civili italiani.

Articolo di: Pietro Frattini



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