L’Italia invade la Jugoslavia, l’inizio della repressione nei Balcani

L’Italia invade la Jugoslavia, l’inizio della repressione nei Balcani

Dopo la Prima Guerra Mondiale, con il trattato di Rapallo, l’Istria, la città di Zara e alcune isole del Cuarnero vennero annesse all’Italia. Qualche anno più tardi la stessa sorte tocco anche a Fiume (Rijeka), tutti territori a maggioranza croata.

Con la salita al potere di Mussolini inizia la politica di italianizzazione forzata della popolazione autoctona, italianizzando i nomi e i cognomi locali.

L’obiettivo del governo italiano era diretto alla cancellazione dell’identità culturale e linguistica delle popolazioni locali, furono abolite le associazioni e gli enti culturali, sociali e sportivi, si vietò l’insegnamento e l’uso delle lingue croata e slovena nei luoghi pubblici, cessarono di uscire i loro giornali e i libri e cambiò persino la toponomastica stradale.

Allomstesso tempo una politica di investimenti, di infrastrutture e di "spirito Nazionale" avevano portato ottimi risultati, considerando un territorio fortemente frammentato per storia, religione e cultura.

Tutti questi comportamenti erano tipici e diffusi in ogni politica coloniale, lo scopo è quello di riuscire a "Nazionalizzare" entro poche generazioni la cultura dei territori annessi.

La situazione però deteriorò con la guerra e il 27 marzo 1941 Hitler decide di dare inizio all'invasione di tutta la Jugoslavia dopo aver appreso dell'assunzione del potere a Belgrado di militari favorevoli alla Gran Bretagna.

Con la fine molto rapida delle ostilità il paese slavo venne suddiviso tra le forze italiane, tedesche, ungheresi e, in seguito, bulgare.

L'Italia si annetté parte della Slovenia (in cui venne istituita la Provincia di Lubiana), la parte nord-occidentale della Banovina di Croazia (congiunta alla Provincia di Fiume), parte della Dalmazia e la zona della Bocche di Cattaro(che assieme a Zara, già italiana, andarono a costituire il Governatorato della Dalmazia).

Nella Provincia di Lubiana, fallito il tentativo di instaurare un regime di occupazione morbido poiché emerse presto un movimento resistenziale: la conseguente repressione italiana fu dura ed in molti casi furono commessi crimini di guerra con devastazioni di villaggi e rappresaglie contro la popolazione civile, il che aumentò il risentimento della popolazione slava nei confronti degli italiani.

A scopo repressivo, numerosi civili furono deportati in vari campi di concentramento creati in diverse località italiane, quali il Campo di concentramento di Arbe (Arbe era stata annessa al Regno d'Italia) e il Campo di concentramento di Gonars (in provincia di Udine).

Nei territori annessi, accorpati alla Provincia di Fiume ed al Governatorato della Dalmazia, fu avviata una politica di italianizzazione forzata: dalla fine del 1941, anche in queste terre si sviluppò una cruenta guerriglia, contrastata da una repressione che raggiunse livelli molto elevati dopo l'estate 1942.

Furono registrati vari episodi di rappresaglia , accompagnati all'istituzione di un Tribunale Speciale per la Dalmazia che - spostandosi di volta in volta in varie località della costa annessa all'Italia - sentenziò diverse condanne a morte.

L'esercito italiano fu altresì coinvolto in una serie di scontri interni allo Stato indipendente di Croazia (che aveva inglobato l'intera regione bosniaca), dove alla guerra di liberazione del movimento partigiano jugoslavo sotto il comando di Tito si accompagnarono le violente persecuzioni antiebraiche ed antiserbe ad opera degli Ustascia croati e la contemporanee azioni dei Cetnici di Draža Mihailovi?, ufficialmente riconosciuti dagli Alleati (fra il 1941 e il 1944) come esercito di liberazione della Jugoslavia, ma localmente alleati con italiani e tedeschi contro i partigiani di Tito.

A questo complesso mosaico di combattenti si devono aggiungere le varie formazioni collaborazioniste slovene, croate, bosniache e serbe, reclutate da italiani e tedeschi e utilizzate in prevalenza in azioni antipartigiane.

La tipologia complessiva di diversi livelli di scontro in questo teatro fa ritenere a diversi storici che nel corso della seconda guerra mondiale in Jugoslavia si sia quindi combattuta anche una guerra civile.

Dopo la guerra e le atrocità sugli esuli istrianime per far luce sui comportamenti dei reparti in Jugoslavia, su esplicita richiesta del segretario generale del Ministero degli Affari esteri, Renato Prunas, il Servizio informazioni militari iniziò la raccolta di una documentazione volta prevalentemente a denunciare «le sevizie compiute da parte jugoslava contro civili e militari italiani, prima e dopo l’8 settembre».

La documentazione conteneva materiale sui crimini commessi dalle varie fazioni jugoslave contro la stessa popolazione jugoslava e prove sulla protezione prestata dai reparti italiani ai civili jugoslavi.

La “controinchiesta” confluì nel materiale difensivo, preparato nel 1945 dallo Stato maggiore dell’Esercito, al Ministero degli esteri per sostenere il rifiuto di consegnare i propri criminali di guerra. La posizione italiana ribaltava le accuse ricevute addebitando i crimini più atroci ai partigiani jugoslavi, affermava che i soldati italiani avevano rispettato le norme e gli usi di guerra previsti dai regolamenti internazionali, distaccandosene solo in casi sporadici per reazione ai crimini spaventosi subiti da parte del nemico. Come prova della ferocia jugoslava furono presentate le crudeli uccisioni di italiani, compiute dopo la guerra, nelle foibe.

Nonostante questa linea di difesa, la Commissione d’inchiesta istituita nel maggio 1946 dal Ministero della Guerra deferì una quarantina di persone perché fossero processate per crimini di guerra. Fra queste figuravano i vertici dell’esercito e dell’amministrazione fascista come i generali Roatta, Robotti e Pirzio Biroli e gli ex governatori della Dalmazia Francesco Giunta e Giuseppe Bastianini.

Tra il 1946 ed il 1947 i ministri degli Esteri Pietro Nenni e Carlo Sforza sollecitarono lo svolgimento dei processi ma poi, dal ’48, ci si allineò alla decisione, avallata dal governo, di rinviare sine die i procedimenti giudiziari. Dopo la rottura con Stalin, Tito rinunciò alla richiesta di estradizione dei criminali di guerra italiani e nel 1951 la magistratura italiana chiuse tutte le istruttorie

Articolo di: Antonio Schivardi



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