Il Gigante del mare, un eroe Italiano

Il Gigante del mare, un eroe Italiano

Carlo Fecia di Cossato prestò servizio con la Regia Marina al comando del sommergibile Enrico Tazzoli. Con il suo equipaggio di 70 uomini affonda 17 imbarcazioni nemiche tra l’aprile del 1941 e il 25 dicembre del 1942, è uno degli assi sommergibilisti di tutta la seconda guerra mondiale.

Quando viene a sapere che la Marina degli Stati Uniti ha dichiarato che “Nessun sommergibile europeo avrebbe mai il coraggio di avvicinarsi alle nostre coste”, il 25 dicembre 1942 affonda la motonave americana Dona Aurora, pesantemente corazzata. Affondata la nave emerge vicino alle scialuppe dei naufraghi, e gli grida: “Adesso tornate a riva, e raccontategli che non abbiamo il coraggio di arrivare fino a qui!”

Carlo vorrebbe riprendere il comando del Tazzoli e del suo equipaggio, ma quest’ultima oramai obsoleta viene disarmato e convertita in sommergibile da trasporto, lui viene promosso a Capitano di fregata, si imbarca a malincuore sull’Aliseo, un torpediniere classe Ciclone.

Cede il comando del Tazzoli al comandante Giuseppe Caito ma il 17 maggio 1943, appena preso il comando dell’Aliseo, gli viene comunicato che il Tazzoli e il suo equipaggio sono morti durante una missione di trasporto materiali per l’estremo oriente, forse a causa di una mina di profondità. È un colpo devastante.

All'armistizio decise di seguire gli ordini del Re e di Badoglio, e già il 9 settembre, al comando della Torpediniera "Aliseo" affondó, nei pressi di Bastia, ben 7 navi tedesche. E’ una leggenda per tutta la Marina Italiana e Internazionale.

Quando Badoglio viene sostituito da Ivanoe Bonomi, i suoi ministri non giurano fedeltà al Re. L’intera Marina insorge, e per calmare gli animi vengono convocati i più alti ufficiali tra cui Fecia di Cossato, che ascoltando il ministro parlare capisce di non essere più alle dipendenze del Re.

Il problema è che gli ufficiali ascoltano più lui del ministro. I vertici lo convocano a palazzo Resta, a Taranto, e gli intimano di obbedire. Lui rifiuta tre volte, a quel punto lo arrestano. A quella notizia, l’intera Marina militare minaccia una rivolta, così i vertici rilasciano Carlo ma lo mettono in “licenza” a Napoli.

L’Italia per cui ha combattuto, e per cui i suoi più cari amici sono morti, non esiste più.

Con questa lettera dolorosissima, chiese scusa a Sua Madre per il gesto estremo che stava per compiere:

"Mamma carissima, quando riceverai questa mia lettera saranno successi fatti gravissimi che ti addoloreranno molto, e di cui sarò il diretto responsabile. Da nove mesi ho soltanto pensato alla triste posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina. Resa a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come un ordine del Re. Da mesi penso ai miei marinai, che sono onorevolmente in fondo al mare, e penso che il mio posto è con loro. Ma non sono un suicida, mamma: sono un caduto sul campo.”

Il 27 agosto 1944, il pluridecorato con medaglia d'oro al valor militare, medaglia d'argento, tre medaglie di bronzo e tre croci di ferro tedesche Capitano di Fregata Carlo Fecia di Cossato, decideva di ricongiungersi ai suoi uomini del sommergibile Tazzoli, che riposavano il Sonno Eterno in profondi fondali, si porta la pistola alla tempia e preme il grilletto.

Le sue spoglie riposano a Bologna, sotto una lapide su cui la madre ha fatto incidere “Non est dolor similis meo mater tua” e nel 1978 è stato aggiunto un gagliardetto di marmo che recita “L’equipaggio del sommergibile Tazzoli, sempre vicino al suo comandante.”

Articolo di: Pietro Frattini



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