Prima gli svizzeri. Quando gli immigrati eravamo noi

Prima gli svizzeri. Quando gli immigrati eravamo noi

Era il 7 giugno del 1970. E un politico adottò lo slogan “prima gli svizzeri”, il suo nome era Schwarzenbach.

Quando i migranti eravamo noi vivevamo nelle baracche. Erano stagionali, quelli che potevano restare solo nove mesi e non avevano il permesso di affittare una casa.

Baracche coi letti a castello, un bagno per cinquanta persone, il lavatoio in comune, fornelletti per cucinare, fili stesi per i panni. Ai margini delle città, vicino ai cantieri, lontano dai quartieri borghesi. Quando i migranti eravamo noi, c’era qualcuno che voleva cacciarci via.

Ci fu un referendum nel 1970, lanciato da James Schwarzenbach, strana figura di intellettuale-scrittore-editore, aria da gentleman con gli occhialini d’oro, figlio di industriali protestanti si convertì alla chiesa romana.

Se avesse vinto, in 300 mila italiani avrebbero dovuto fare le valigie. 

Perse per soli 100 mila voti, il 46 per cento contro il 54, e venne votato nei quartieri popolari, dove gli svizzeri vivevano gomito a gomito con gli italiani. E non li amavano, li disprezzavano, li temevano. Tschingg era l’insulto per gli italiani: veniva dal “cinque” spesso urlato nel gioco della morra. La morra era addirittura vietata in certi posti: Mora Verboten si leggeva sui cartelli.

E nemmeno è tramontata la xenofobia, dopo la sconfitta del 1970. Altri referendum ci sono stati, tutti persi. Altre forze politiche hanno urlato “Prima gli svizzeri”, e ancora adesso valgono un 25 per cento.

Articolo di: Antonio Schivardi



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