Savonarola e il falò delle vanità

Savonarola e il falò delle vanità

Dopo la cacciata dei Medici, Firenze era caduta sotto l’influenza del frate domenicano Girolamo Savonarola che condannava il culto del lusso e predicava la dedizione alla gloria di Dio.
Il 7 febbraio 1497, martedì grasso, migliaia di fiorentini seguirono il frate in processione fino in piazza della Signoria dove un rogo alto trenta braccia era stato allestito con cura meticolosa nei giorni precedenti. Tra canti e inni venne appiccato il fuoco. Quadri di valore inestimabile, gioielli, libri preziosi, parrucche, liuti, cosmetici e tutto quanto appariva frivolo e peccaminoso finì distrutto.

Molti dipinti realizzati da maestri del rinascimento andarono distrutti. Anche il Botticelli, un savonaroliano convinto, portò al rogo alcuni quadri giudicati profani e che si era pentito di avere dipinto. Un mercante veneziano aveva offerto la somma enorme di 20mila ducati per rilevare gli oggetti raccolti, ma la sua proposta fu respinta.

Tuttavia dopo quell’evento aumentarono lei voci di dissenso verso l’operato del Savonarola ed il favore di cui godeva cominciò a scemare. Quando pronunciò il suo sermone nel giorno dell’Ascensione scoppiarono disordini. Le taverne riaprirono e cominciarono a riapparire le tavole da gioco. Aveva ormai perso la sua presa sulla folla fiorentina. In questo clima ne approfittò Alessandro VI, pontefice dal 1492 al 1503, che prima aveva lasciato dire al Savonarola tutta una serie di accuse, peraltro fondate, verso la chiesa romana: il frate ribelle fu scomunicato e da quel momento i fiorentini ebbero carta bianca contro di lui.

Venne arrestato nell’aprile del 1498 ed all’alba del 23 maggio, con altri due frati fu portato nello stesso luogo del “falò delle vanità”. Furono impiccati e bruciati su una catasta cosparsa di polvere da sparo. L’assenza di prodigi o segni dal cielo lasciò interdetti i seguaci che ancora lo veneravano e alcuni di loro, dicono le cronache, persero la fede. Le ceneri furono disperse in Arno per impedire la nascita di un culto postumo nel luogo dell’esecuzione.

Articolo di: Antonio Schivardi



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