Un eroe Italiano, Salvatore Todaro

Un eroe Italiano, Salvatore Todaro

Sono le ore 04,00 del mattino del 16 ottobre 1940 quando, a largo dell’isola di Madera, dopo quasi 5 ore di combattimento in emersione ed a colpi di cannone, il sommergibile italiano Cappellini affonda il piroscafo belga Kabalo (5.186 tonnellate), che trasportava attrezzature belliche inglesi.

Il mare è in burrasca e … scrive Giuseppe Grazzini: “… a tratti, nella luce abbagliante dell’incendio si distingue la gente del Kabalo che corre nelle scialuppe cercando di metterle in mare, ma non ci riesce perché la cannonate del Cappellini hanno fracassato scafi e manovre. Soltanto una si stacca, stracarica, dalla nave che affonda: con il mare agitato che c’è non arriveranno lontano, quei disgraziati. Immobile sulla torretta, Todaro li osserva in silenzio”.

Proprio nel momento in cui il sommergibile Cappellini dovrebbe allontanarsi il più velocemente possibile, per non rischiare di essere intercettato dal nemico che sta accorrendo in soccorso, il Comandante Salvatore Todaro ordina all’equipaggio di andare a recuperare quegli uomini in balia del mare.

Questo il racconto di Teresio Bosco (Di professione Uomini, 1976):
”Il sommergibile accosta alla scialuppa, una sagola sola verso cinquanta mani protese. C’è un ferito che prega ad alta voce, in spagnolo. Un altro piange. La scialuppa è legata saldamente alla poppa del sommergibile, che riprende a navigare lentamente. Todaro spera di incrociare una nave neutrale a cui affidare i naufraghi, o almeno che il mare si calmi un poco, e permetta a quei disgraziati di remare verso un’isola con qualche speranza.”

Ad un certo punto, le condizioni del mare peggiorano ulteriormente e le sorti della sciagurata scialuppa sono inesorabilmente segnate; un’onda sfascia, infatti, la striminzita imbarcazione e abbandona al proprio destino i ventisei uomini.

A quel punto, il Comandante Todaro decide di raccoglierli a bordo del sommergibile!

Scrive ancora Bosco: “Per due giorni e due notti il Cappellini viaggia in emersione. Nella gabbia (la falsa torretta - ndr) i ventisei pregano davvero tra il fragore dei marosi e le staffilate di schiuma che li investono. Sull’Isola del Sale (il luogo dove Todaro vuole sbarcare quegli uomini) ci sono fortificazioni inglesi. Se avvisteranno il sommergibile italiano, i cannoni spareranno. Ma Todaro ha fatto trenta e farà anche trentuno. In piena notte mette in mare il battellino pneumatico. Cinque per volta, i naufraghi raggiungono la spiaggia”.

Dopo averli sbarcati sulla costa delle isole Azzorre, Todaro si sente chiedere dal secondo ufficiale della nave affondata Kabalo:
- "Ma lei, visto che tratta così un nemico, che razza di uomo è? Vede, se quando ci ha attaccati di sorpresa non stessi dormendo nella mia cabina, le avrei sparato addosso con il cannone, scusi la mia franchezza".

Salvatore Todaro risponde:
- "Sono un uomo di mare come lei. Sono convinto che al mio posto lei avrebbe fatto come me".

Porta la mano alla visiera in segno di saluto e fa per andarsene, ma vede il secondo ufficiale che lo guarda, si ferma e chiede:
- "Ha dimenticato qualcosa ?"

"Si - risponde l'altro con le lacrime agli occhi - Ho dimenticato di dirle che ho quattro bambini: se non vuole dirmi il suo nome per mia soddisfazione personale, accetti di dirmelo perché i miei bambini la possano ricordare nelle loro preghiere".

Todaro risponde:
- "Dica ai suoi bambini di ricordare nelle loro preghiere Salvatore Todaro".

Dell’episodio ne parlano i giornali di tutto il mondo che rilevano il comportamento generoso dei marinai Italiani.

L’Ammiraglio Tedesco Doenitz invece, che comanda la guerra sottomarina dell'Asse, richiama all’ordine Todaro, non nuovo ad episodi e comportamenti analoghi, e irritato gli fa presente che mai un tedesco, per puro sentimentalismo, avrebbe rischiato in quel modo l’affondamento del sommergibile.

A tale affermazione, Todaro fiero e glaciale risponde:
- “Il fatto è Ammiraglio, che io in quel momento sentivo sulla schiena il peso di molti secolo di civiltà. Un ufficiale tedesco, forse, non avrebbe sentito quel peso”.

Quando, in seguito, il Comandante Todaro morì sotto i colpi della raffica di un aereo inglese, nel suo portafogli fu rinvenuta una lettera che recitava le seguenti, testuali, parole :

“Vorrei, se possibile, che queste righe fossero consegnate al comandante del sommergibile italiano che ha affondato il piroscafo Kabalo. Signore, felice la Nazione che ha degli uomini come voi. I nostri giornali ci hanno riferito del vostro comportamento verso l'equipaggio di una nave che era vostro dovere affondare. Esiste un eroismo barbaro e un altro davanti al quale l'anima si mette in ginocchio: il vostro. Siate benedetto per la Vostra bontà che ha fatto di Voi un eroe non soltanto dell'Italia ma dell'umanità. Firmato: Una donna portoghese".

Ecco la Poesia che i nostri figli e nipoti non leggeranno mai nei nostri libri di storia.

Ma che tanti bimbi e uomini belgi, nati e vissuti grazie proprio a Salvatore Todaro ed al suo equipaggio, non potranno mai dimenticare.

Onore.

Articolo di: Antonio Schivardi



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