Moby Prince, la storia di un disastro

Moby Prince, la storia di un disastro

Il 10 aprile del 1991 un traghetto della società Moby Prince si incendiò dopo essersi scontrato con la petroliera AGIP Abruzzi poche miglia al largo del porto di Livorno.

Fu il più grande disastro marino avvenuto in Italia in tempo di pace: morirono 140 persone e si salvò soltanto una delle persone che si trovavano a bordo.

La Moby Prince era un traghetto della compagnia Navarma che quella notte avrebbe dovuto percorrere la rotta Livorno-Olbia. La nave lasciò il porto di Livorno alle 22.03 diretta a Olbia, con a bordo 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri.

La AGIP Abruzzi, una petroliera da 127mila tonnellate lunga il doppio e alta tre volte la piccola Moby Prince, era ancorata a un paio di miglia marine dalla costa, lungo la rotta del traghetto. In quei minuti si alzò la nebbia e la petroliera scomparve alla vista.

Alle 22.25 una voce sul canale della capitaneria di porto domandò: «Chi è quella nave?». Pochi secondi dopo la Moby Prince colpì la AGIP Abruzzi mentre procedeva a una velocità di poco inferiore a quaranta chilometri all’ora, 18-20 nodi.

La prua della Moby Prince tagliò le paratie della petroliera “come fossero burro”, ha scritto un esperto sentito dai magistrati. Nei primi cinque secondi dopo l’urto, decine di tonnellate di petrolio si riversarono sul traghetto e presero fuoco a causa delle scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere delle due navi. La plancia di comando della nave, dove probabilmente si trovava il comandante, venne immediatamente distrutta dall’incendio.

Alle 22.25 e 27 secondi, la radio della capitaneria di porto registrò una richiesta d’aiuto confusa dalla Moby Prince e dalla AGIP Abruzzi che però nella confusione segnalo la collisione con un piccolo natante, una bettolina.

Dalla capitaneria partirono i soccorsi diretti alla petroliera e tutti si dimenticarono della Moby Prince. Il traghetto nel frattempo si era separato dalla petroliera e, oramai senza più nessuno al comando, continuò per la sua rotta, senza possibilità di fare comunicazioni radio, in fiamme e avvolto dal fumo. 

Nessuno in plancia aveva avuto il tempo di spegnere il sistema di ventilazione che distribuì i gas tossici in ogni angolo della nave. Gran parte dei corpi furono trovati nelle due principali sale della nave, dove forse erano stati radunati dall’equipaggio.

La prima imbarcazione di soccorso arrivò alla Moby Prince soltanto un’ora dopo l’inizio dell’incendio. L’equipaggio riuscì a salvare l’unico superstite di tutta la nave, il mozzo Alessio Bertrand, che era riuscito a lanciarsi fuori bordo prima di rimanere soffocato dal fumo.

Nel processo che seguì il disastro furono imputati alcuni ufficiali dell’AGIP Abruzzi e i responsabili della capitaneria di porto di Livorno. I primi erano accusati di aver ancorato la petroliera nel posto sbagliato, cioè nel “cono” di uscita dal porto di Livorno, e di non aver attivato i segnali per avvertire della presenza della nave dopo che si era alzata la nebbia.

Gli ufficiali della capitaneria erano accusati di aver condotto i soccorsi con lentezza e inefficienza. Al termine del processo, nel 1999, tutti gli imputati furono assolti o prescritti.

Ancora oggi i familiari delle vittime chiedono la riapertura del processo e l’inizio di una commissione d’inchiesta parlamentare.

Articolo di: Filippa Marinetti



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