Le vite spezzate degli uomini della scorta di Moro

Le vite spezzate degli uomini della scorta di Moro

E’ il 15 marzo 1978 l'ultimo giorno di vita di tre uomini della scorta di Aldo Moro mentre scendono la scalinata della chiesa di San Francesco verso l'auto che l'indomani sarà attaccata dal commando brigatista.

Sono Oreste Leonardi, Domenico Ricci e Giulio Rivera. Con loro saranno uccisi il giorno dopo in via Fani anche Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino.

Di loro si parla sempre come quelli della scorta di Moro ma, invece, furono Oreste, Domenico, Francesco, Giulio e Raffaele, cinque nomi, cinque storie, cinque vite spezzate per sempre.

Leonardi, torinese di nascita, orfano di padre, morto nel corso della Seconda guerra mondiale, si arruola giovanissimo nei carabinieri e dopo aver girato un poco si stabilisce a Viterbo, dove diventa istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo, facendosi apprezzare dagli allievi per i modi gentili e garbati, oltre che per la straordinaria competenza, come ricorda uno di questi, Franco Gonzato.

Nel 1963 entra a far parte della scorta di Moro. La scelta viene fatta, oltre che per la prestanza fisica anche per la sua discrezione, una qualità molto apprezzata dal politico democristiano, di cui Leonardi da quel momento in poi diventa una sorta di fratello, “uno di famiglia” come ripeterà più volte in seguito la moglie di Moro, Eleonora.

Leonardi segue lo statista pugliese ovunque. Gli è accanto nei momenti istituzionali ma anche in quelli privati. È con lui all’estero, dove dorme nella stanza accanto a quella di Moro ma anche sul lungomare di Terracina nei pochi momenti di relax che il politico si concede nei fine settimana. Nei mesi che precedono la strage di via Fani, Leonardi prova a chiedere più volte la concessione della vettura blindata, consapevole del rischio di un attentato ma tutto questo invano. Quel 16 marzo il maresciallo Leonardi lasciò la moglie, conosciuta a Viterbo durante una festa di carnevale, e due figli.

Domenico Ricci, da più tempo al servizio di Moro. Nato a San Paolo di Iesi nel 1934, Domenico Ricci entra nell’Arma nel 1954, distinguendosi subito per l’abilità nella guida delle moto e delle macchine di servizio. Per questi motivi viene assegnato nel 1957 alla scorta di Moro, all’epoca ministro di Grazia e Giustizia, divenendo quasi subito l’autista ufficiale. Domenico Ricci è entusiasta di quell’incarico, tanto da ripetere spesso di aver vinto un terno a lotto entrando nella scorta di Moro. Nel 1965 viene promosso appuntato e l’anno dopo sposa, dopo dieci anni di fidanzamento, Maria Rocchetti da cui nascono due figli: Giovanni e Paolo. La moglie, quel fatale 16 marzo, seppe della morte del marito dalla radio. Dopo svenne per il dolore, in totale solitudine.

Giulio Rivera dei cinque uomini della scorta, era il più giovane, essendo nato nel 1954 a Guglionesi, in provincia di Campobasso. A vent’anni si arruola in polizia e poco dopo entra a far parte della scorta di Moro. Dei tre uomini che siedono sull’Alfetta è il primo a morire, trucidato da otto pallottole, a soli ventiquattro anni. La sorella di Giulio, Carmela, viene a sapere da una cugina del rapimento di Moro ma, per diverso tempo, non riceve alcuna notizia su quanto realmente accaduto al fratello. “Se solo chiudo gli occhi e lo rivedo in quella bara non è piacevole. A casa non ho una sua foto in divisa, non riesco a sopportarlo”.

Francesco Zizzi il 16 marzo lì non ci sarebbe dovuto neppure essere. Quel giorno, infatti, il suo primo nel servizio di scorta a Moro, sostituisce all’ultimo un collega malato. Francesco fu l’unico degli uomini della scorta a non morire sul colpo. Fu estratto vivo dall’Alfetta e trasportato al vicino policlinico Gemelli dove, però, morì alle 12.30, all’età di trent’anni. Zizzi, che amava cantare e suonare la chitarra, si arruola nella polizia nel 1972, “così per provare” come ricordò poi la madre. Dopo il corso di formazione, frequentato presso la Scuola allievi guardie di P.S. di Caserta, è assegnato al Raggruppamento di Roma. Quell’iniziale scommessa piace a Francesco che decide di partecipare quattro anni dopo al concorso per sottufficiali che vince.

L’11 gennaio 1977, con il grado di vice brigadiere, è assegnato alla questura di Parma, ma la cittadina emiliana sta stretta a Francesco che vuole avvicinarsi a Latina, dove vive la sua fidanzata, Valeria, che vuole al più presto sposare. Per questo chiede il trasferimento per Roma, al Reparto autonomo del ministero dell’Interno. Il trasferimento arriva il 30 gennaio 1978. Così la sorella Adriana ricorda quel giorno: “Provo tanto orrore nell’immaginare la violenza che ha subito in Via Fani. Ero in casa quella mattina. La notizia me la diede mio suocero. Non pensai minimamente che potesse essere capitato qualcosa a mio fratello. Non sapevo che faceva parte della scorta di Moro”.

Raffaele Iozzino è l’unico quel 16 marzo a provare a rispondere al fuoco terrorista.
Nato a Casola, in provincia di Napoli nel 1953, si arruola, nel 1971, in quella che all’epoca si chiamava ancora Pubblica Sicurezza. Dopo aver superato brillantemente il corso di formazione ad Alessandria, viene trasferito a Roma, al Viminale, la sede del Ministero dell’interno. Qui Raffaele dimostra le sue capacità e per questo diviene parte integrante della scorta dell’onorevole Aldo Moro.

Il 16 marzo in via Fani, riesce a scendere dall’Alfetta e nonostante il volume di fuoco sia terribile, ha la prontezza di sparare, ben due colpi, prima di essere ucciso da un terrorista che probabilmente è posizionato alle spalle.

Raffaele Iozzino muore all’istante. Sul selciato il suo corpo, pietosamente ricoperto dopo da un telo bianco e a pochi passi la sua pistola d’ordinanza. Ciro, il fratello di Raffaele, quel giorno di quasi primavera è nei campi, come sempre ascolta una radiolina, un poco di musica che però si blocca con un comunicato: “Purtroppo, interruppero le trasmissioni per dare la notizia del sequestro. Capii subito che quel giovedì era di servizio. Ci mettemmo subito in contatto con i Carabinieri ma nessuno sapeva niente. Solo dopo qualche ora vennero i carabinieri di Gragnano per portarci a Roma. Da quando lo vidi nella camera ardente, ce l’ho sempre davanti agli occhi. Me lo ricordo come se fosse oggi”. Sulla lapide di Raffaele i familiari scelsero di apporre le parole che Gesù pronunciò sulla croce poco prima di spirare: “Padre perdona loro che non sanno quel che fanno”.

Articolo di: Filippa Marinetti



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