EL ALAMEIN Gli inglesi scoprono gli eroi Italiani

Folgore El alamain

Dopo quasi un secolo due storici britannici John Bierman e Colin Smith autori di The battle of Alamein riconoscono il valore dei nostri soldati durante la battaglia che si svolse fra il 23 ottobre e il 4 novembre 1942 a El Alamein una disfatta causata soprattutto dai mezzi inadeguati.

«Tre carri armati britannici avanzarono: erano muniti di altoparlanti che trasmettevano messaggi d'ammirazione per il coraggio dei nemici, completamente accerchiati, e offrivano loro onorevoli condizioni per cessare le ostilità, minacciando l'annientamento totale se si fossero rifiutati. I paracadutisti gridarono "Folgore" e aprirono il fuoco. I tank si ritirarono. Poi prevalsero la sete e la fame».

Ci sono solo 304 superstiti dei 5.000 uomini con il basco da parà. I soldati italiani, che possiamo appunto immaginare illuminati dalla disperata dignità umana, che in quel caso è dignità militare.

Si sa che nel Regno Unito non c'è mai stata tenerezza verso le truppe mussoliniane: negate quasi sempre le cosiddette virtù guerriere.
Eppure, alla fine della battaglia di El Alamein, proprio gli ufficiali di Sua Maestà vollero rendere l'onore delle armi al lacero stendardo tricolore. Sul campo.

Così, il lavoro di Bierman e Smith, nel ricostruire lo scontro avvenuto nel deserto egiziano tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1942, riabilita gli italiani come nessuno aveva fatto sinora, di là della Manica.
Rovesciando la beffarda sentenza tedesca di allora, secondo la quale «i carri italiani erano dotati di 10 marce, una avanti e nove indietro», lo studio analizza le tante facce della nostra disfatta. A partire da certe condizioni d'inferiorità, evidenti nel confronto con il nemico britannico e anche con l'alleato germanico, che aveva inoltre il vantaggio di un generale leggendario, Rommel, «del quale erano infatuati persino i britannici».

I nostri tank erano adatti per controllare i civili o impaurire i cavalleggeri africani, ma non ci si poteva aspettare altro. Scarsamente corazzati, avevano insufficiente portata di fuoco e consentivano dall'interno una visibilità molto limitata. Pochi disponevano di radio, per cui un comandante era costretto a lanciare gli ordini segnalando con i gagliardetti dalla torretta o lampeggiando in Morse. Gran parte dell'artiglieria risaliva a prima del 1918.?

Come scrisse il colonnello Paolo Caccia Dominioni, citato nel libro, il nostro corpo di spedizione fu presto «esausto di promesse mai mantenute, degradato con armi ed equipaggiamenti farsescamente inadeguati. Tutto ciò, comunque, non lo fece arretrare. Neanche sotto il diluvio di bombe dei cannoni inglesi (1000 contro 500). Neanche sotto l'assalto dei carri armati (1500 contro 510). Neanche dopo l'abbandono delle truppe di Rommel in fuga (già, perché a scappare furono loro). E quando finirono le munizioni, gli italiani, affamati e senz'acqua, riempirono di esplosivo le scatole di pomodori e usarono quelle.

Insomma è giusto, ma tragicamente riduttivo, quanto è inciso sul sacrario di El Alamein: «Mancò la fortuna, non il valore». No, mancarono troppe altre cose, oltre che la buona sorte, ai nostri soldati. E ora lo si riconosce.

Articolo tratto dal Corriere della Sera del 12 sett. ’02

Articolo di: Luca Scuriatti



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  • Robberro43

    24 Ottobre 2017

    Onore alla folgore

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