A testa alta - Eroi di Fiesole

Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti tre ragazzi poco più che ventenni in pieno agosto a Fiesole vicino Firenze. Sembra la classica storia estiva invece è il 1944, guerra di liberazione italiana, i tre giovani carabinieri decidono di sacrificare le loro vite per salvare 10 concittadini.

Tutto inizia il 29 luglio dopo uno scontro a fuoco il vice brigadiere Giuseppe d'Amico fece pervenire un messaggio ai suoi tre sottoposti per avvertirli che era riuscito a fuggire e ordinar loro di entrare in clandestinità nelle file della resistenza fiorentina.

I tre carabinieri Alberto La Rocca, nato a Sora il 30 gennaio 1924, Vittorio Marandola, nato a Cervaro il 24 agosto 1922 e Fulvio Sbarretti, nato a Nocera Umbra il 22 settembre 1922, obbedirono ma, non potendo passare le linee nemiche, costituirono una base tra i resti del teatro romano di Fiesole, in attesa di potersi congiungere con le forze partigiane o alleate.

Alle 14 del 12 agosto furono contattati da monsignor Turini e dal segretario comunale Orietti che li informavano come il Comando Tedesco, scoperta la loro fuga, aveva preso 10 ostaggi civili e minacciava di fucilarli per rappresaglia se non si fossero consegnati. Appresa la notizia, consci delle conseguenze, i tre carabinieri ventenni si consegnarono immediatamente al comando tedesco che li fucilò dopo poche ore.

Motivazione delle medaglia d'oro «......... Poco dopo affrontava con stoicismo il plotone di esecuzione tedesco e, al grido di « Viva l'Italia! », pagava con la sua vita il sublime atto d'altruismo. Nobile esempio di insuperabili virtù militari e civili.»

In un’intervista del 1998 rilasciata da Guido Marchini, proprio uno degli ostaggi presi dai tedeschi tra la popolazione per evitare azioni di guerriglia da parte delle formazioni partigiane alle quali gli stessi carabinieri di Fiesole aderivano clandestinamente.
«Ricordo bene che un giovane ufficiale tedesco ci scelse in dieci battendo con un frustino sulla spalla di ognuno di noi. Era il 10 agosto, fummo rinchiusi come ostaggi in un locale dell’Albergo Aurora a Fiesole. A noi fu aggiunto un ingegnere fiorentino. Eravamo in undici in una stanza e non sapevamo niente di quello che succedeva fuori. Due giorni dopo, il 12 agosto, sentimmo uno strano rumore e capimmo che portavano altri prigionieri nelle stanze vicino a noi. (Erano i tre carabinieri rinchiusi in una stanza adiacente prima di essere fucilati, gli ostaggi scopriranno tutto dopo la liberazione ).
Ci tennero ancora 19 giorni in quella stanza, tra la vita e la morte. Negli ultimi giorni ci passavano solo un fiasco d’acqua… L’ingegnere, che sapeva il tedesco, ci riferiva tutto quello che sentiva dire. Riuscì a parlare con altri soldati tedeschi e ad ottenere che ci facessero uscire uno ogni quarto d’ora in ordine d’età. Quando toccò a me mi incamminai verso casa, poi cominciai a correre e rimasi nascosto dietro un cespuglio per un giorno. Dopo qualche tempo conobbi tutta la verità: seppi soprattutto che devo la vita a quei tre eroici carabinieri».

Articolo di: Pietro Frattini



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