La leggenda della Vela Agostino Straulino

La leggenda della Vela Agostino Straulino

Il 14 dicembre 2004 muore l’Ammiraglio Agostino Straulino, detto Tino una delle figure leggendarie della vela italiana.

Nato sull’isola Croata di Lussinpiccolo, impara ad andare in barca a vela giovanissimo per andare a scuola. Le sue prime esperienze sono dunque nel golfo del Quarnaro.

Diplomatosi nel 1932 presso il Regio istituto nautico di Venezia frequenta successivamente l'Accademia navale di Livorno dove entra nel 1934 come allievo ufficiale di complemento del Corpo di stato maggiore.

Durante la seconda guerra mondiale viene destinato come ufficiale alla Decima MAS, tra gli assaltatori del Gruppo Gamma che piazzavano le cariche esplosive magnetiche sotto le navi britanniche nella rada di Gibilterra.

Al termine della guerra, nel corso dei lavori di sminamento nel golfo di Taranto, un ordigno bellico gli esplose vicino e lo rese quasi cieco.

La vista ricomparve lentamente, ma il suo amore per la vela lo spinse ad allenarsi durante la notte, quando non era necessario vedere perfettamente, per prepararsi ai Giochi olimpici. Vince la medaglia d’oro olimpica nel 1952 per la vela classe Star e diventa negli anni seguenti 11 volte medaglia d’oro agli Europei e 4 ai mondiali.

Dal 21 novembre 1964 al 28 ottobre 1965 ebbe il comando della nave scuola Amerigo Vespucci (nella foto di Riccardo Roiter Rigoni), con la quale passò alla leggenda grazie all'uscita a vele spiegate dal porto di Taranto attraverso il canale navigabile e stabilendo il record di velocità di 14,6 nodi (27,039 km/h) .Memorabile anche sua storica risalita del Tamigi sempre a vele spiegate.

Non tutti sanno che attraversando lo stretto di Gibilterra in rotta per il nord Europa nell’estate del 1965, la stazione di controllo al passaggio della nave segnalò a lampi di luce come da consolidata procedura : “What Ship”

L’ammiraglio, risentito da questa inammissibile mancanza di conoscenza della Vespucci, fece rispondere a lampi di luce dalla plancia : “What Rock?

Articolo di: Pietro Frattini



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