Le ultime 9 ore di vita del re del rock

Muore il re

Una ricostruzione puntuale basata sulle testimonianze di tutte le persone presenti a Graceland la notte della morte di Elvis Presley.

Memphis, Tennessee. Martedì, 16 agosto 1977
Il 16 Agosto verso le 19, il jet privato Lisa Marie deve alzarsi in volo. Direzione: Portland, Maine, dove Elvis è atteso in concerto dai suoi fan che, da giorni, hanno esaurito in ogni ordine di posti il Cumberland Civic Center. Nei pressi della sala del biliardo Al Strada, fidatissima guardia del corpo di Presley nonchè addetto al suo guardaroba, sta preparando il baule con gli abiti di scena.

A pochi metri da lui, Joe Esposito sta verifcando i dettagli del viaggio. Joe ha conosciuto Elvis quasi 20 anni prima, in Germania, quando entrambi prestavano servizio militare.

Si sono piaciuti subito e oggi, Joe è a capo di quella che proprio Elvis, riferendosi alla ristretta cerchia di amici e collaboratori che lo circondano, chiama The Memphis Mafia.
Esposito è al telefono da stamane: è un tipo puntiglioso, vuole curare personalmente tutti i particolari di ogni concerto o apparizione pubblica di Elvis, pretende che nulla sia lasciato al caso. Specie negli ultimi tempi, da quando cioè il suo boss ha mostrato qualche défaillance. Le ultime esibizioni di Presley, infatti, sono state deludenti a causa delle condizioni fisiche disastrose e del suo stato mentale confuso. In soli due anni il cantante è ingrassato in modo vistoso.

Il suo alimento preferito era un sandwich lungo 30 centimetri con bacon, burro di arachidi e marmellata di fragole. Ne mangiava due al giorno, più lo spuntino di mezzanotte (che non si faceva mai mancare) a base di hamburger e patatine fritte.
A volte, è il primo ad annoiarsi dei suoi stessi concerti; gli capita di scordarsi i testi delle canzoni, persino quelli dei suoi cavalli di battaglia. Ha pure cancellato alcuni show per non essere riuscito ad alzarsi dal letto. Insomma, Elvis non sta per niente bene.

Ne è perfettamente conscio il suo medico personale, George Nichopolous. Dal 1970, il “Dr. Nick”, come tutti lo chiamano, si occupa a tempo pieno della salute del re del rock. Non gli fa mancare nulla: specie tranquillanti e sonniferi che dispensa in dosi abbondanti. Già, perché Presley fa sempre una gran fatica ad addormentarsi. Gli è accaduto anche stanotte.

La sera prima verso le 23.45, dopo esser stato quasi un’ora e mezza nello studio del suo dentista per la pulizia dei denti e l’otturazione di un paio di carie, Elvis è tornato a Graceland e si è coricato. Ma non riesce a dormire. È agitato per il concerto di Portland e anche perché, nel pomeriggio, ha litigato con la sua fidanzata, la bella Ginger Alden: lei non ha voglia di seguirlo in tournée. I due, poco dopo, si sono riappacifcati e hanno nuovamente parlato di matrimonio.

Alle 2.15 passato l’effetto dell’anestesia, sente dolore ai denti e chiede a uno dei suoi “fratellastri” (Ricky Stanley) di andare al Baptist Memorial Hospital a prendere delle pillole di Dilaudid, un analgesico potentissimo.

Alle 4 del mattino, dopo aver ingerito senza risultato ben sei analgesici,  sveglia un altro membro della Memphis Mafia, suo cugino Billy Smith. Gli chiede di fare una partitina di squash. Giocando praticamente da fermo, Elvis si diverte nel cercare di colpire con la pallina il cugino Billy. Lo fa sempre ma stavolta, con la racchetta, finisce per ferirsi a una gamba. Allora, decide di piantarla lì.

Alle 4.40 si siede al pianoforte, suona un paio di gospel e poi Blue Eyes Crying In The Rain. Quella canzone gli piace e lo rilassa. L’ha incisa pochi mesi prima allo stesso modo, per pianoforte e voce, proprio all’interno di Graceland, nella famosa Jungle Room.

Quindi, più o meno alle 5, torna da Ginger, in camera da letto. Assume un’altra dose di pillole, quella prescrittagli quotidianamente dal “Dr. Nick”. Ma ancora non riesce a prendere sonno e, un paio di ore dopo, ingoia altre pasticche.

Sono ormai le 8.30 e una zia, Delta Mae Biggs, gli porta l’ennesima dose di medicinali.

Alle 9.30 Elvis decide di andare in bagno. Vuole continuare a leggere il libro che lo sta appassionando (The Scientifc Search For The Face Of Jesus di Frank Adams) e non ha più intenzione di disturbare Ginger che, nel frattempo, cerca di appisolarsi. «Mi raccomando Elvis», gli dice, «non ti addormentare in bagno…».

Alle 11.15 al piano di sotto Squilla un campanello: proviene dall’interfono di una delle stanze al secondo piano. Strada solleva la cornetta: dall’altra parte esce la voce, agitatissima, di Ginger Alden. «Al, presto… vieni subito in bagno… Elvis è svenuto». Strada sale velocemente al piano superiore. Nel giro di qualche minuto, il campanello suona nuovamente. «Joe… sali immediatamente… c’è bisogno di te». Il tono di Al Strada non ammette repliche. Joe Esposito si muove immediatamente e in meno che non si dice raggiunge il bagno del suo capo: il corpo di Elvis giace a faccia in giù, davanti alla tazza del cesso, con il volto violaceo e i calzoni del pigiama abbassati. Esposito lo gira sulla schiena, prova a sentire il polso. Quindi, con atto compassionevole, gli tira su i pantaloni. Nonostante la bocca sia bloccata, Joe ha la sensazione di percepire un soffio d’aria uscire dai polmoni di Elvis… Prova subitoa praticargli un massaggio cardiaco ma, poco dopo, preferisce prendere chiamare il 911, il numero delle emergenze. «Presto», dice, «mandate urgentemente un’ambulanza a Graceland. Per favore, non perdete tempo…».Intanto, Vernon Presley (il papà di Elvis) entra in bagno. È sconvolto. «Elvis non ci lasciare…», continua a ripetere tra le lacrime.

Anche Lisa Marie, la fglia di Elvis e Priscilla Beaulieu, che non ha ancora compiuto 10 anni, assiste alla scena. «Ginger, porta Lisa via da qui», intima Joe Esposito. Poco dopo, giunge l’ambulanza. Quando gli infermieri inflano la barella con il corpo di Elvis all’interno del veicolo, arriva il Dottor Nicholopolous, avvisato prontamente da Al Strada. Lui, Esposito e Charlie Hodge (chitarrista e amico di Elvis) salgono sul mezzo di soccorso in direzione Baptist Memorial Hospital. Sono le 14.56 quando l’ambulanza raggiunge il pronto soccorso dell’ospedale. Ma dopo mezz’ora di inutili tentativi di rianimazione, Elvis Aaron Presley viene dichiarato morto.
Alle 16, davanti al cancello di Graceland e di fronte a centinaia di telecamere e di microfoni, Vernon Presley dice semplicemente: «My son is gone» (mio fglio se n’è andato). L’autopsia rivela che nel corpo della rock star c’erano quattordici sostanze chimiche diverse, di cui dieci sopra i limiti tollerabili dal fsico umano. Elvis spendeva fno a un milione di dollari l’anno in sostanze farmaceutiche.
Solo nel 1977 il famigerato “Dr. Nick” gli ha prescritto diecimila dosi di medicinali. «Chi ha il coraggio di dire di no al re del rock?», era solito giustifcarsi. Per riposare Presley assumeva sonniferi, per tenersi su prendeva eccitanti: tutti medicinali concessigli senza limiti dal suo medico e dei quali era diventato dipendente. Non solo: una sconsiderata dieta alimentare gli procurava problemi di ritenzione idrica e non poche diffcoltà intestinali. Elvis aveva problemi di ipertensione, un’arteriosclerosi coronarica, danni al fegato. E si dice che negli ultimi mesi fosse arrivato ad assumere circa 100.000 calorie al giorno, tante quante ne necessita un elefante.

Il 16 agosto gli anatomo-patologi riscontrano un’importante stasi gastrointestinale.
Già nel 1975 è stato ricoverato in ospedale per un blocco del colon.
La causa più probabile del decesso e che Presley ha avuto un infarto procurato dal mix di medicinali e dagli sforzi compiuti nel tentativo di evacuare. Una morte non propriamente degna di un re.

Articolo di: Pietro Frattini



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