Addio al primo uomo sulla Luna

Il primo uomo sulla Luna

 «Sono e sarò sempre un ingegnere un po' nerd, con i calzini bianchi e il portapenne da taschino, nato grazie al secondo principio della termodinamica, imbevuto di tabelle al vapore, innamorato dei diagrammi di corpo libero, trasformato da Laplace e alimentato da un flusso comprimibile».

In quella missione erano in tre: Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Mike Collins (pochi sanno che era nato a Roma).

I vertici della missione si incontrarono (informalmente) e decisero - come ha poi raccontato Chris Kraft, direttore delle operazioni di volo - che sarebbe stato Armstrong, il Primo Uomo. Ecco perché: «Sapevamo che sarebbe stato un nuovo Lindbergh e che la sua fama sarebbe stata eterna. E che tipo di persona volevamo per quel ruolo? Una leggenda, un eroe americano... Quell'uomo era Neil Armstrong. Neil era Neil. Calmo, tranquillo e profondamente sicuro. Tutti noi sapevamo che era il nostro Lindbergh. Non aveva un ego spropositato, non era il tipo pronto a pavoneggiarsi: Ehi, sarò il primo uomo sulla Luna!».

Non lo era. Era un ingegnere, aveva deciso di sposare sua moglie Janet dopo averla vista una volta (e, come precisò lei, «non era uno che prendeva in fretta le sue decisioni»), aveva perso una figlia di due anni per un tumore al cervello (e forse, suggerisce Hansen, fu anche questo dolore immenso, mai esibito, a spingerlo a candidarsi per il programma spaziale della Nasa, proprio pochi mesi dopo la morte della piccola Karen), era stato pilota in Corea del Nord (dove aveva rischiato di morire), aveva fatto il collaudatore di aerei pericolosi e sperimentali, aveva volato su razzi potentissimi e superveloci, aveva sperimentato la «centrifuga» a un numero di giri quasi disumano, fino a perdere il senno, aveva sfiorato la morte nella missione Gemini 8, nel 1965; e quando, nella preparazione per il programma Apollo, un veicolo di addestramento per l'allunaggio era impazzito e saltato per aria all'improvviso, e lui era riuscito a buttarsi fuori e a salvarsi per un istante, dopo pochi minuti si era seduto in ufficio e aveva ripreso a lavorare sulle sue equazioni.

Armstrong studiava, collaudava, progettava, testava, si allenava.

Quanto al suo ego, si esprimeva così: «Credo che ogni persona meriti di ricevere il giusto riconoscimento per i risultati che ottiene e per il contributo che dà al progresso della società. Ma bisogna fare attenzione a non esagerare»...

Non parlava della famiglia e, dopo la missione, accolto da eroe, preferì nascondersi sul lato oscuro della Luna. Tornò in Ohio. Trovò un posto da accademico, all'università di Cincinnati. Ricevette medaglie, onori, proposte politiche (tutte rifiutate).

Il Primo Uomo, è morto il 25 agosto del 2012, in un letto di ospedale, per le complicazioni di un intervento chirurgico.

Articolo di: Antonio Schivardi



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I vostri commenti

  • Michele

    16 Maggio 2019

    Dietro un grande uomo c'è sempre una grande squadra a sostenerlo.
    Da solo non sarebbe mai sbarcato sulla Luna .
    Quando si dice "l'uomo é sbarcato sulla luna " si pensa all'uomo come collettivitá umana.

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