Le origini della distinzione delle razze umane

La distinzione delle razze umane

Nell’antichità classica non esisteva la razza come concetto biologico, quindi non era possibile che una persona fosse classificata permanentemente in una certo raggruppamento in base a un insieme codificato di caratteristiche oggettive, per esempio il colore della pelle o la statura. 

Nell’impero romano, per esempio, era assolutamente normale che un nero occupasse alte posizioni nell’amministrazione, e poteva anche diventare imperatore come Settimio Severo, nato nell’attuale Libia.

Le razze umane entrano in scena con l’espansione coloniale da parte degli europei, in epoca rinascimentale. A quel tempo si faceva largo una nuova disciplina: la tassonomia.

Nel 1584 l’antropologo Johann Friedrich Blumenbach parlò di cinque varietà e introdusse come metodo di distinzione la misurazione dei carnei, introdusse anche una terminologia cui oggi siamo abituati, coniando l’aggettivo caucasico (in pratica il corrispettivo colto per “di razza bianca“). Gli intellettuali dell’epoca generalmente accettarono sia l’esistenza di queste divisioni e iniziò il concetto che razze fossero migliori di altre (e tutte inferiori a quella caucasica). 

Nella seconda metà dell’800 Charles Darwin e Alfred Russel Wallace cambiarono il mondo con la loro teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Tutti gli esseri umani erano ovviamente della stessa specie, e condividevano un’origine comune piuttosto recente.

Francis Galton, eclettico cugino di Darwin e pioniere delle scienze statistiche, era convinto che per classificare accuratamente le persone si dovessero misurare non solo crani e corpi, ma anche atteggiamenti e, addirittura, la bellezza.

Era sua ferma convinzione infatti che quasi tutte queste caratteristiche fossero ereditabili. Da queste convinzioni prende piede l’eugenetica, che si propone di migliorare le caratteristiche di un certo gruppo umano attraverso il controllo della riproduzione. 

L’eugenetica può essere positiva, per esempio incoraggiando matrimoni tra i individui con certe caratteristiche, oppure negativa (sterilizzazione e soppressione degli inadatti).

In America, specialmente durante il primo 900, l’eugenetica si concretizzò a livello istituzionale, per esempio ostacolando l’ingresso a certe razze di immigrati, ma non mancarono anche campagne di sterilizzazione di carcerati e pazienti psichiatrici,  in particolare di minoranze etniche (in pratica, erano colpiti i non bianchi e non abbienti, soprattutto le donne). Non è un caso che in questo periodo sia cominciato anche l’esperimento di Tuskegee, e in Germania i nazisti si ispirarono proprio all’eugenetica americana per il loro fantasioso programma di miglioramento della razza ariana.

La conferma che esiste una unica razza umana arrivò però nel secondo dopoguerra da un campo che lo Galton stesso aveva contribuito a creare: la genetica. 

La genetica ha confermato che siamo una unica razza umana con gradienti di variabilità genetica, non blocchi discreti. Non potrebbe essere altrimenti, perché ogni popolazione ha alle spalle una storia fatta di incroci e migrazioni con molte altre popolazioni. Quindi la suddivisione tra razze non ha nessun fondamento logico o scientifico.

Questo per quanto riguarda la biologia, ma a livello politico e sociale il concetto di razza è tutto fuorché defunto e servirà ben altro, oltre alle prove scientifiche, per superarlo.

Articolo di: Antonio Schivardi



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