Sindrome post traumatica da stress

Sindrome post traumatica da stress

Contro l’esercito austroungarico, l’Italia tributò la vita di seicentomila militi e quella di un milione di civili deceduti sia a causa delle azioni militari e sia per le malattie – la spagnola, il colera e il tifo – scatenate dalla stessa guerra.

La storiografia ha concentrato la narrazione della Prima guerra mondiale al racconto delle battaglie e agli accordi d’alleanza stipulati fra le nazioni coinvolte mentre ha trascurato la tragedia vissuta da quei quarantamila soldati che alla Patria non offrirono il loro sangue ma l’equilibrio del proprio senno; erano, tali uomini, i cosiddetti “scemi di guerra”.

In prima linea, difatti, la tensione era sempre altissima perché gli stessi militari sapevano che in qualunque momento la morte li avrebbe potuti colpire a causa dei bombardamenti dell’artiglieria pesante o dallo sparo preciso dei cecchini. In questa crudele realtà, quindi, molti uomini persero il senno e, segnati per tutta la vita, divennero anche loro vittime del conflitto.

La psichiatria del tempo, però, non riconobbe il malessere mentale dei soldati al fronte come malattia cagionata dalla guerra preferendo addebitarne le cause alla scarsa volontà o alla cattiva costituzione o a una certa predisposizione ereditaria del soggetto.

Oltre il sacrificio quindi ci fu l'infanzia dei cosiddetti "scemi di guerra".

Oggi, questa sindrome è detta PTSD, Post traumatic stress disorder ossia “Sindrome post traumatica da stress” clinicamente definita come «un insieme di forti sofferenze psicologiche che conseguono a un evento traumatico, catastrofico o violento».

La medicina, pertanto, ha assolto al suo dovere scientifico e, al contempo, ha compreso clinicamente ciò che un tempo credeva essere la malattia dei codardi e dei deboli.

Come i combattenti morti sul fronte, dunque, anche i matti rappresentano quell’esercito che diede all’Italia la vittoria e perciò la memoria va mantenuta e rispettata perché a loro spetta la stessa dignità data agli eroi di quel conflitto.

Articolo di: Valentina Rossi



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