Il funerale deserto di Ambrosoli, l’eroe borghese

Il funerale deserto di Ambrosoli, l’eroe borghese

La notte dell’11 luglio 1979, l’avvocato Giorgio Ambrosoli viene assassinato sotto casa a Milano, in via Morozzo della Rocca, vicino al carcere di San Vittore.

È il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, travolta cinque anni prima da un crac che oggi varrebbe un paio di miliardi di euro. La sua morte, a 45 anni, non appartiene ai “misteri italiani”.

Sappiamo il nome del killer: il criminale italo-americano William Aricò.

Sappiamo il nome del mandante: lo stesso Sindona, finanziere d’avventura piduista legato a Cosa nostra e ben introdotto nei salotti “buoni” della borghesia milanese e della politica romana.

Sappiamo il movente: Ambrosoli si opponeva ai piani di salvataggio della banca a spese dei contribuenti e non si piegava alle tante pressioni a favore di Sindona. Giulio Andreotti e la Loggia P2 furono due soggetti che si attivarono per far passare questi piani. Al giornalista che gli chiede perché Ambrosoli sia stato ucciso, il senatore a vita risponde: “Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando“.

Il 14 luglio, il giorno dei funerali. “Qualcuno si guarda intorno: nessun uomo politico, né lombardo né romano”, leggiamo dalla cronaca di Repubblica di allora. “Nessun sindacalista. Il prefetto non c’è. Insomma, niente personalità. E perché? In fondo l’avvocato Ambrosoli è stato assassinato mentre faceva il suo lavoro per la comunità: stava recuperando denaro alla collettività, era a tutti gli effetti un pubblico ufficiale”.

VIene trovata una lettera indirizzata alla moglie Annalori datata il 25 febbraio 1975 tra le carte su un tavolo di casa, la lettera di un eroe borghese:

“È indubbio che, in ogni caso, pagherò molto a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata una occasione unica di fare qualcosa per il Paese”. La conclusione darà il titolo a un bel libro scritto dal figlio Umberto molti anni dopo: “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo sempre creduto”.

Articolo di: Antonio Schivardi



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