L’omicidio di Guido Rossa, l’inizio della fine delle Brigate Rosse

L’omicidio di Guido Rossa, l’inizio della fine delle Brigate Rosse

Quando fu ucciso Guido Rossa aveva 44 anni e lavorava in fabbrica da quando ne aveva 14. Come moltissimi operai dell’epoca, Rossa era iscritto al Partito Comunista e alla CGIL, della cui federazione metalmeccanica divenne un dirigente.

Nell’ottobre del 1978, pochi mesi dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, Rossa e altri sindacalisti dell’Italsider si accorsero che uno dei loro operai distribuiva all’interno della fabbrica volantini delle BR. Il suo nome era Franco Berardi. 

Berardi venne fermato e poi consegnato ai carabinieri. Nel suo armadietto trovarono volantini delle BR e un foglio dove erano stati appuntati una serie di numeri di targa.

Quel giorno, al comando dei carabinieri, ci fu una riunione drammatica. I carabinieri dissero che la cosa migliore era che la denuncia contro Berardi venisse firmata da tutti i componenti del consiglio di fabbrica e della vigilanza aziendale, così da diluire la responsabilità ed evitare di attirare attenzioni e minacce su una sola persona. Gli operai allora proposero di firmare la denuncia collettivamente (“Gli operai dell’Italsider”), ma i carabinieri dissero che avevano bisogno di nomi autenticati. A quel punto, con una scusa o con un’altra, tutti si tirarono indietro.

L’unico a farsi avanti fu Rossa: «Va bene, depongo io», disse ai carabinieri. Un ufficiale gli disse che si sarebbe messo in pericolo. «Sono consapevole di quello che faccio», rispose, e firmò la denuncia. 

La denuncia contro Berardi alla fine si rivelò fondata. Berardi era un irregolare delle BR, cioè un militante non ancora entrato in clandestinità e che supportava l’organizzazione utilizzando il suo vero nome e i suoi documenti. 

Nei suoi interrogatori coinvolse parecchi altri brigatisti che furono in gran parte condannati nel corso degli anni Ottanta (Berardi si suicidò in carcere nel novembre del 1979).

Il processo per direttissima si svolse nel giro di pochi giorni: Rossa testimoniò e Berardi fu condannato. Ai primi di febbraio il suo nome era sui giornali, mentre sui muri di Genova erano comparse le scritte “Rossa spia” e “Rossa delatore”.

La sera del 23 gennaio, dopo aver timbrato il suo ultimo cartellino alle 17.01 e aver partecipato a una riunione sindacale, tornò a casa dalla sua famiglia. La mattina dopo, alle 6 e 35, uscì di casa in via Ischia e raggiunse la sua auto, una Fiat 850, parcheggiata in via Fracchia. Per uno strano caso, in quella stessa via si trovava la base del commando che poco dopo lo avrebbe ucciso.

Quando Rossa si sentì chiamare per nome e cognome da uno dei suoi assassini accelerò il passo, come se avesse capito cosa stava per accadere. Arrivò all’auto seguito da quattro persone e iniziò ad armeggiare con la portiera. Mentre entrava nell’auto dal lato del passeggero e si trascinava affannosamente verso il posto del guidatore, uno dei brigatisti gli sparò quattro volte alle gambe. I quattro uomini a quel punto si allontanarono, ma uno di loro tornò indietro. 

Riccardo Dura, ritenuto una testa calda anche dai suoi compagni, ruppe con il calcio della pistola il finestrino dell’auto dove Rossa si contorceva per il dolore causato dalle ferite, e gli sparò due volte al cuore. All’incirca un’ora dopo i giornali ricevettero la prima rivendicazione, una telefonata in cui una voce anonima annunciava: «Abbiamo sparato a Guido Rossa, spia dell’Italsider. Seguirà comunicato».

Il giorno stesso i sindacati proclamarono lo sciopero generale a Genova, e ventimila persone andarono in piazza a sentire i discorsi dei leader sindacali e del Partito Comunista. L’emozione e le conseguenze dell’omicidio furono sentite ovunque ci fossero fabbriche, operai, iscritti al sindacato e al PCI. Al funerale di Rossa, pochi giorni dopo, presenziarono decine di migliaia di persone; i sindacati proclamarono un secondo sciopero generale in tutta la città per permettere ai lavoratori di partecipare. Al corteo c’era anche il presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini.

L’omicidio fallì completamente nel raggiungere il risultato che i brigatisti avevano auspicato. Come ha scritto lo storico Vladimiro Satta nel suo libro I nemici della Repubblica, l’omicidio Rossa «generò da parte di tutta la classe operaia una forte e irreversibile ostilità nei confronti delle BR». I tre grandi sindacati confederali si unirono ancora di più nella lotta al terrorismo e così fece il Partito Comunista. 

Un anno dopo la morte di Rossa, Dura e altri tre brigatisti furono uccisi nella controversa irruzione dei carabinieri all’interno del covo di via Fracchia (alcuni sostennero che i quattro brigatisti presenti furono uccisi di proposito dai carabinieri). Nel 1981 venne arrestato il capo delle BR, Mario Moretti, organizzatore del sequestro e poi carceriere di Aldo Moro. Fu lo stesso Moretti ad ammettere che era stato un enorme errore uccidere un operaio, e che questo accelerò la fine del Movimento. In un’intervista data anni dopo i fatti, Moretti ammise che «Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo».

Articolo di: Antonio Schivardi



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