Il rapimento di Aldo Moro

Il rapimento di Aldo Moro

Via Fani, Roma, 16 marzo 1978. Sono stati sufficienti tre minuti, quelli intercorsi tra le 9.02 e le 9.05 per far piombare il paese in un incubo. In quei tre minuti un commando delle Brigate Rosse ha teso un agguato all’auto in cui viaggiava il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e quella con la scorta che la seguiva.

Durante quei tre minuti furono uccisi l’autista Domenico Ricci e i quattro uomini della scorta, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, e Moro venne rapito.

Il paese si fermò attonito, persino le lezioni nelle scuole vennero sospese e tutti ci mettemmo davanti alla TV per seguire un’ininterrotta edizione straordinaria del telegiornale.

Durante i 55 giorni della sua prigionia, Moro subì un processo politico da parte dei brigatisti, comunicò per lettera con la famiglia, diversi personaggi politici e il papa di allora Paolo VI. E le Brigate Rosse diffusero una serie di comunicati e di polaroid scattate al presidente della Democrazia Cristiana. Quella che abbiamo scelto fu la prima, pervenuta tre giorni dopo, che dette la certezza che fosse ancora vivo. Indimenticabile, è in grado di mostrare l’uomo e le sue emozioni di quel drammatico ultimo periodo della sua vita. In essa Moro appare stanco, provato, triste, disincantato, forse non rassegnato.

Sappiamo come andò a finire: dopo 55 giorni di prigionia Moro venne ucciso e il cadavere fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault 4 rossa abbandonata in via Caetani, a metà strada tra Botteghe Oscure, la sede del PCI, e piazza del Gesù, la sede della DC.

Questi i fatti scarni. Rimangono molti punti interrogativi, per esempio riguardo al possibile coinvolgimento/infiltrazione di servizi segreti di altri paesi, di logge massoniche, della mafia o dei servizi segreti deviati.

Ma questa è materia per gli storici dei secoli a venire, ammesso che riescano a fare chiarezza su questa torbida storia.

Articolo di: Pietro Frattini



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