Il disastro della motonave Elisabetta MontanarI

Il disastro della motonave Elisabetta MontanarI

La strage della Mecnavi è molto più di un fatto di cronaca, è uno di quegli eventi che segnano un'epoca, che mostrano come il mondo stia cambiando senza che i riflettori lo illuminino.
A metà degli anni ottanta la Mecnavi è un'azienda all'avanguardia perché propone un modello industriale che nel ventennio successivo diventerà sistema.

La Mecnavi, di proprietà dei fratelli Arienti, è un'impresa che non vuole i sindacati nei suoi cantieri, è un'impresa che propone bassi salari e turni massacranti, è un'impresa che vince gli appalti perché fa prezzi stracciati, possibili proprio perché non rispetta le norme di sicurezza, perché assume lavoratori in nero e irregolari.

Così vince anche l'appalto per la manutenzione della nave cisterna
Elisabetta Montanari, un natante di trent'anni prima utilizzato per il trasporto di gas gpl. Parecchie lamiere della nave, corrose dall'usura, andavano sostituite, ma prima tutti i doppifondi della nave dovevano essere bonificati. 

Perché usare la fiamma ossidrica su un mezzo con residui infiammabili non è pericoloso, è mortale. Ma l'abbiamo detto, alla Mecnavi queste cose non sono importanti: bisogna lavorare duro e come dice Enzo Arienti, uno dei proprietari, "sono convinto che chi vale, chi sa lavorare, sa tutelarsi da solo." 

Così sulla Elisabetta Montanari operano allo stesso tempo i "picchettini", i pulitori della stiva che lavorano, al buio e distesi sulla schiena o sul ventre, in spazi alti meno di un metro, in mezzo a esalazioni di anidride carbonica e le squadre dei saldatori. Proprio durante un'operazione di saldatura, il 13 marzo, una scintilla incendia dell'olio minerale fuoriuscito da una tubazione. 

Gli operai cercano di fermare l'incendio ma non c'è un impianto adeguato e neppure gli estintori. Le fiamme divampano e quelli che stanno sul ponte scappano. Non sanno che sotto ci sono 18 picchettini. Solo cinque di loro riescono a lasciare la stiva prima che l'acido cianidrico sviluppato dall'incendio li ammazzi. 13 non ce la fanno e muoiono così asfissiati in quei doppifondi bui e neri. 

La proprietà aziendale, mentre l'incendio divampa sulla nave, invece di preoccuparsi della sorte degli operai corre nelle loro abitazioni a prendere i libretti di lavoro per regolarizzare quelli che lavorano in nero. Seguiranno indagini e processi che alla fine dell'iter giudiziario condanneranno i fratelli Arienti a 4 anni di carcere. Solo Enzo si fa 4 mesi, gli altri fratelli nemmeno un giorno.

Delle tredici vittime, dodici erano di nazionalità italiana mentre una tredicesima era un immigrato straniero di provenienza extracomunitaria:

•Filippo Argnani, di 40 anni;

•Marcello Cacciatore, 23 anni, di Ruffano (LE)

•Alessandro Centioni, 21 anni, di Bertinoro;

•Gianni Cortini, 19 anni, di Ravenna, al primo giorno di lavoro;

•Massimo Foschi, 36 anni, di Cervia;

•Marco Gaudenzi, 18 anni, di Bertinoro;

•Domenico Lapolla, 25 anni;

•Mosad Mohamed Abdel Hady, 36 anni, egiziano, residente a Marina di Ravenna;

•Vincenzo Padua, 60 anni, unico dipendente della Mecnavi, a un passo della pensione;

•Onofrio Piegari, 29 anni, di Bertinoro;

•Massimo Romeo, 24 anni, al primo giorno di lavoro;

•Antonio Sansovini, 29 anni;

•Paolo Seconi, 24 anni, di Ravenna, al primo giorno di lavoro.

Le esequie si tennero il 16 marzo successivo, officiate dall'arcivescovo di Ravenna, monsignor Ersilio Tonini. Durante il rito funebre, mons. Tonini pronunciò una durissima omelia, in cui denunciò l'inaccettabile e "disumana umiliazione", da "uomini e topi", insita nelle condizioni di lavoro imposte a quegli operai.

Nel 1986 la società avevano fatturato 19 miliardi di lire.
Nel bilancio sotto la voce sicurezza c'era scritto 8 milioni.

 

Articolo di: Pietro Frattini



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