La banalità del bene, la storia di Perlasca

La banalità del bene, la storia di Perlasca

L'uomo della foto è Giorgio Perlasca (1910-1992), un italiano che, fingendosi console spagnolo durante la seconda guerra mondiale salvò più di cinque mila ebrei ungheresi a Budapest.

Per anni aveva aderito al partito Fascista ma iniziò ad allontanarsi dal fascismo verso il 1939, in particolare non condividendo la promulgazione delle leggi razziali e l'alleanza con la Germania siglata quell'anno.

Trovandosi a Budapest per affari dopo l'8 settembre 1943, grazie a un attestato di partecipazione alla guerra civile spagnola riuscì a farsi dare dall'ambasciata spagnola, cittadinanza e passaporto fittizio intitolati all'inesistente «Jorge Perlasca», per sfuggire ai tedeschi in quanto si era infatti rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.

Grazie a questa copertura diplomatica durante il 1944 e il 1945 riuscì a nascondere molti ebrei in case protette dal'ambasciata spagnola e a rilasciare salvacondotti, salvando direttamente dalla deportazioni 5218 ebrei e impedendo con una fittizia ritorsione legale l'incendio e lo sterminio del ghetto di Budapest in cui avevano dimora 60.000 ebrei ungheresi.

Tornato in Italia prima dell'ingresso dell'armata rossa a Budapest (in quanto filo-fascista sarebbe stato ricercato e arrestato dai sovietici) non raccontò a molti la sua storia per paura di non essere creduto.

Solo nel 1987 la storia viene fuori perchè rimessa alla luce da alcune donne ungheresi salvate da Perlasca, che riescono a rintracciarlo.
Nel 1989 Israele lo riconosce Giusto tra le nazioni e viene piantato un albero al museo Yad Vashem di Gerusalemme. Numerosi i riconoscimenti anche dall'Ungheria, dalla Spagna, dagli Stati Uniti e, per ultimo, anche dall'Italia.

Consiglio la lettura del libro "La banalità del bene" di Enrico Deaglio le cui ultime frasi sono proprio queste:
"Vedevo delle persone che venivano uccise e, semplicemente, non riuscivo a sopportarlo. Ho avuto la possibilità di fare e ho fatto. Tutti, al mio posto, si sarebbero comportati come me."

Articolo di: Antonio Schivardi



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