Come Steve Jobs affrontò il cancro

Come Steve Jobs affrontò il cancro

Il 5 ottobre 2011 muore Steve Jobs a solo 54 anni a causa di una recrudescenza del carcinoma con conseguente arresto respiratorio.

Molti dei medici che seguirono la malattia di Jobs, sono stati intervistati dall’autore della biografia, Walter Isaacson (lo stesso autore della biografia di Einstein, che passò diversi mesi insieme a Jobs per raccogliere i suoi ricordi).

Una delle prime persone che Jobs avvertì dei risultati della TAC sul suo cancro fu Larry Brilliant, un medico che negli anni successivi sarebbe diventato responsabile dei progetti di beneficenza di Google.

La prima diagnosi del cancro avvenne all’ottobre del 2003, ma Jobs non si fece operare fino al luglio del 2004 la cosa è anche spiegabile dal fatto che il tipo di tumore era poco aggressivo.

Nel pancreas infatti su 100 tumori 95 sono tumori molto maligni (adenocarcinomi) nel 5% dei casi sono tumori di questo tipo (insulinomi, vipomi, gastrinomi ecc). Gli adenocarcinomi pancreatici hanno modestissime sopravvivenze a due anni dalla diagnosi, i tumori neuroendocrini sono invece, nella grande maggioranza dei casi (ed è il caso di Steve Jobs) tumori quasi benigni e scarsamente invasivi.

Jobs decise di non intraprendere l’intervento ma di attendere l’evoluzione delle analisi. Allo stesso tempo si affidarsi a una serie di trattamenti alternativi che comprendevano una dieta vegetariana e succhi di frutta, agopuntura e rimedi alle erbe.

Il suo atteggiamento, racconta il libro, portò all’esasperazione i suoi familiari e gli amici più stretti ma era clinicamente congruo per la tipologia di diagnosi poiché gli fu consigliato di monitorare la massa e di procedere alla rimozione solo in caso di aumento della stessa (ma questa cosa fu mal interpretata e per speculazione molto scrissero che Jobs si voleva curare solo con metodi omeopatici).

Nel 2005 ad una successiva TC di controllo la massa era cresciuta e il paziente è andato “correttamente” all’intervento chirurgico che non ha richiesto chemioterapia proprio per la tipologia benigna della massa. La malattia sembrava un ricordo e la sua famosa conferenza a Stanford University nel 2005 ne sono la dimostrazione.

La sfortuna però capita nel 2008, in certi casi il raro tumore neuroendocrino di Jobs è uno di quelli capaci di metastatizzare a distanza il fegato e richiede un trapianto di fegato ma in tutti i casi gli indicano una aspettativa di vita inferiore ai due anni.

Jobs fa mettere in lista per trapianto in diversi Stati: una pratica, la multiple-listing, prevista ma accessibili a pochissimi. Basti pensare che un’assicurazione «normale» di solito rimborsa una sola immatricolazione. Jobs, che di quei pochissimi fa parte, si è sottoposto a infinite analisi, ha pagato (e molto) e si è fatto inserire in più lista. Quando c’è un organo disponibile, infatti, gli ospedali consultano queste liste statali, prima di quella nazionale.

Nel 2009 la svolta: a Memphis, in Tennesse, il Methodist University Hospital ha un organo per Jobs che si sottopone al trapianto, trascorre la convalescenza e torna al lavoro.

Dopo due anni la triste notizia che la sua battaglia per la malattia lo ha visto sconfitto. 

Steve Jobs ha fatto tutto il possibile per curarsi nel migliore dei modi seguendo i migliori medici, contemporaneamente continuava ad applicare il suo stile di vita. 

Articolo di: Filippa Marinetti



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