Brasile, la morte dell’ultimo polmone della terra

Brasile, la morte dell’ultimo polmone della terra

Il metodo è sempre lo stesso. Come spiega Jaime Pereira da Costa, agente della Forestale brasiliana, è così che negli ultimi decenni sono andati perduti migliaia di chilometri quadrati di Foresta Amazzonica, 8mila solo nel 2016.

I primi ad arrivare sono i boscaioli, che estraggono illegalmente legname di valore per poi venderlo in città lontane. E' poi il turno degli allevatori di bovini, che bruciano quel che rimane della foresta per pulire la terra e seminare le piante necessarie al foraggio degli animali. Una volta consumato il foraggio, arrivano i coltivatori di soia che piantano grano per immensi tratti di terra.

La cittadina di Apui, nel sud del Brasile, è stata a lungo al riparo da questa minaccia grazie alla sua posizione isolata. Ma ora le cose sono cambiate.

Secondo il ministero dell'Ambiente brasiliano nel mese di agosto l'area di Apui ha registrato il maggior numero di incendi del Paese. Uomini senza scrupoli arrivano dai Paesi confinanti lungo la Transamazzonica - l'autostrada che collega il Brasile da Est a Ovest e che da queste parti è poco più di una strada in terra battuta - per distruggere migliaia di metri quadri di foresta.

Costa è a capo della squadra di agenti armati che tenta di rallentare questo processo nell'area, ma si rende conto che le forze a sua disposizione - circa 1300 agenti - sono piuttosto esigue considerata la vastità del territorio minacciato.

Quello che possono fare Costa e i suoi uomini è condurre raid nei campi dei taglialegna abusivi, imporre loro multe enormi (che raramente riescono a riscuotere) e sequestrare le motoseghe di modo da impedire loro di tagliare altri alberi per un po' di tempo.

Ma molti di questi boscaioli riescono a mettersi in salvo nella foresta durante i raid e tornano al loro lavoro quando gli agenti sono costretti ad abbandonare il campo

Articolo di: Antonio Schivardi



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