Tabù, la tragedia delle ande

Tabù, la tragedia delle ande

Era il 12 Ottobre del 1972 e il volo charter 571 decollò dall’aeroporto “Carrasco” di Montevideo, in Uruguay con destinazione Santiago del Cile abordo si trovava l’intera squadra di rugby degli Old Christians Club.

Alle 15.24 del 13 Ottobre il pilota Lagurara chiamò la torre di controllo di Santiago, comunicando di essere arrivato sopra Curicó e che avrebbe a breve iniziato l’avvicinamento per atterrare all’aeroporto di Santiago.

Purtroppo i calcoli erano errati, ipiloti erano infatti convinti di aver superato le montagne e così l’aereo cominciò a scendere di quota. Solo una volta attraversato lo spesso manto di nuvole i due piloti e tutti i passeggeri si accorsero che stavano finendo nel bel mezzo delle Ande, volando a pochissimi metri dai crinali rocciosi!

Per rimediare all’errore i due piloti spinsero i motori al massimo per riprendere quota ma oramai era troppo tardi: a 4200 metri d’altitudine l’aereo colpì con l’ala destra la cima di una montagna.

L’ala si staccò di netto e ruotando violentemente tagliò la coda dell’aereo che precipitò, la fusoliera urtò violentemente un altro spuntone di roccia che staccò di netto anche l’altra ala. La carlinga, sospesa a mezz’aria come un missile, si schiantò a terra percorrendo 2km prima di arrestarsi sul manto nevoso.

Delle 45 persone a bordo, dodici morirono nell’impatto, alcuni furono catapultati fuori dopo il distacco della coda, altri morirono per la violenza dell’impatto e altri ancora per le gravi ferite, altri 5 passeggeri morirono tra la prima nottata e il giorno successivo. I tanto attesi soccorsi tardavano ad arrivare, probabilmente non era facile trovarli.

Non avevano più cibo e nessuno sarebbe mai andato a salvarli. Nel giro di pochissimi giorni sarebbero morti tutti, l’unica soluzione era mangiare la carne dei compagni deceduti.

Dopo aver superato il tabù e dopo altre due settimane di attesa due ragazzi Parrado e  Canessa partirono per una disperata missione per cercare aiuti. Camminarono per 10giorni con pochi viveri e male equipaggiati tra le montagne più impervie del mondo e riuscirono alla fine a raggiungere, dopo 72 giorni dallo schianto, una zona abitata e chiedere aiuto. Salvarono così tutti i superstiti dello schianto.

Al rientro furono in parte acclamati in parte contestati per gli eventi accaduti.

Eravamo tutti ragazzini capricciosi e benestanti costretti a sopravvivere in una situazione estrema” racconta Carlos Paez, il più giovane dei 16 sopravvissuti. “Dopo si diventa umili, ci si allontana anche dalle cose materiali. Penso che riuscimmo a sopravvivere perché eravamo un gruppo, una squadra. E perché c’erano dei leader tra noi che decisero come potevamo salvarci e lo imposero agli altri.”

Articolo di: Pietro Frattini



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