Esplosione in volo del Challenger

Esplosione in volo del Challenger

Era la mattina del 28 gennaio 1986. Cape Canaveral, Florida, era affollata di appassionati e curiosi che non vedevano l’ora di assistere al lancio dal Kennedy Space Center. Era la decima volta che il Challenger andava verso lo Spazio. Alla partenza, applausi ed entusiasmo sono subito dilagate tra la folla. Ma l’euforia è durata pochissimo.

Dopo poco più di un minuto il Challenger resta coinvolto in quella inizialmente ha tutta l’aria di un’esplosione, e solo dopo si verrà a sapere che si è trattato di qualcosa di diverso. I pezzi cadono nell’Oceano, sparpagliandosi in un’area di quasi 2.000 km quadrati. Ovviamente, data la dinamica, per i sette membri dell’equipaggio non c’è nulla da fare. Dopo l’incidente dell’Apollo 1 nel 1967, questo è il primo incidente così grave, per il programma spaziale americano. E il tutto viene trasmesso in diretta, in mondovisione, dalla CNN.

Su Cape Canaveral scende il silenzio, e insieme il terrore. I membri dell’equipaggio, tra cui due donne, sono finiti in pezzi proprio come il Challenger. Solo più tardi si appurerà che lo Shuttle, “il cui lancio era stato rinviato più volte dal previsto 22 gennaio per una serie di inconvenienti tecnici – come si legge sul sito Asi – concatenati al maltempo, non era davvero esploso. La prima causa del disastro fu il guasto a una guarnizione (O-ring) del segmento inferiore del razzo a propellente solido, che provocò la disintegrazione del serbatoio esterno dello shuttle.

Questo a sua volta ha causato il distacco della cabina dell’equipaggio, mentre i due razzi SRB continuavano separatamente a volare”.

Ciò che poi peggiorerà la situazione, dopo aver indagato a fondo sulla dinamica, è che qualche membro dell’equipaggio doveva essere ancora vivo e cosciente dopo la rottura dello Shuttle: questo perché, a quanto appurato, tre delle sette riserve di ossigeno di emergenza dei caschi degli astronauti erano stati attivati.

La morte degli astronauti inizialmente sopravvissuti, probabilmente, è stata dovuta all’impatto della cabina con l’oceano, uno schianto avvenuto a circa 333 Km/h.

A seguito di questa tragedia lo Space Shuttle Programme subisce una battuta d’arresta e viene bloccato per più di due anni.

A bordo, oltre agli astronauti, c’era anche una civile: l’insegnante Sharon Christa McAuliffe. L’intenzione del governo americano era quella di sensibilizzare le nuove generazioni di studenti sul tema dell’esplorazione dello spazio, e l’insegnante era ritenuta fortunata, perché scelta tra centinaia di candidati per fare agli studenti una lezione di scienze direttamente dallo spazio.

Insieme a lei sono morti il pilota Michael Smith, gli specialisti di missione Judith Resnik, Ronald McNair ed Ellison Onizuka e lo specialista di carico Gregory Jarvis.

Articolo di: Pietro Frattini



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