Non il desiderio di innalzarci, bensì la speranza che gli altri precipitino

Invidiosi

L' invidia contemporanea, scrive Gardini, è un tentativo di “declassamento universale”. Non il desiderio di innalzarci, bensì la speranza che gli altri precipitino.

L' invidia sta calando, come una nebbia fastidiosa, sulla nostra società: condiziona la vita pubblica, le relazioni di lavoro, i rapporti personali.

La nuova invidia è irritazione per il successo altrui, fastidio per la competenza, disprezzo per il merito e l’esperienza. L’apologia delle “persone normali” e gli attacchi alle cosiddette “élites”, presenti in tanti discorsi, non sono prove d’amore per la democrazia. Nascondono, invece, il tentativo di trascinare tutto e tutti verso il basso. Una forma di invidia collettiva, se ci pensate.

Non è invidia quella che denuncia la disparità tra chi ha troppo e chi ha troppo poco (la rivoluzione digitale ha accelerato questo processo).
Non è invidia la frustrazione della classe media, che vede crollare i propri redditi e il proprio modello di vita. «È venuta a mancare la convinzione nel fatto che siamo tutti nella stessa barca, incluse le élites», scrive Edward Luce in The Retreat of Western Liberalism (La ritirata del liberalismo occidentale, non ancora tradotto in Italia). Ma la storia ci insegna a stare in guardia, quando le diseguaglianze diventano sfacciate. «I perdenti cercano capri espiatori», ammonisce l’autore.

L’aspirazione a una società migliore passa per l’emulazione, non per l’invidia.
Il merito, la competenza e il successo vanno ammirati e premiati; non derisi e offesi.

Articolo di: Pietro Frattini



Personaggi citati nell'articolo

Stiamo inviando il tuo commento.

Lascia un commento